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Trump vince ovunque e Hillary ottiene la nomination matematica. E, mentre Obama convoca Sanders alla Casa Bianca, è già scontro tra i due possibili nuovi inquilini

Trump jokes about how difficult he says it is for him to listen to Clinton's voice, as he holds a rally with supporters in Fresno, California

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di Alfredo Mantici

Nella notte del 7 giugno si sono chiusi i seggi per le elezioni primarie americane in quello che sarà ricordato come un “Super martedì” storico, perché per la prima volta in 260 anni una donna concorrerà nella corsa per la conquista della Casa Bianca.

 

Si è votato in sei stati (California, Montana, New Jersey, New Mexico, North Dakota, South Dakota) e non appena sono arrivati i risultati definitivi del New Jersey che consegnavano la vittoria a Hillary Clinton assegnandole un numero di delegati sufficiente a superare la soglia minima per aggiudicarsi la nomination, l’ex senatrice ed ex segretario di Stato ha potuto dare sfogo ai suoi sentimenti e alla sua soddisfazione gridando con voce arrochita dalla stanchezza e dalla tensione a un folto gruppo di suoi sostenitori di New York, “Grazie a voi abbiamo raggiunto una pietra miliare nella storia americana”.

Democratic U.S. presidential candidate Hillary Clinton arrives to speak during her California primary night rally held in Brooklyn

(Hillary Clinton festeggia la certezza della nominationa New York)

 

Le ultime vane speranze di Sanders

Il suo avversario Bernie Sanders, tuttavia, si è aggiudicato i delegati del Nord Dakota e del Montana, mentre la Clinton ha vinto negli altri 4 stati, e ancora rifiuta di ritirarsi definitivamente dalla gara per la nomination. Avendo conquistato il 41% in California, rispetto al 57% della Clinton, e disponendo di un buon numero di delegati ordinari – quelli eletti con mandato di voto obbligato -, il senatore del Vermont spera ancora di poter dare del filo da torcere alla Clinton nella convention democratica del 25 luglio, ottenendo il voto dei “superdelegati”, i 700 esponenti del partito democratico che per regolamento partecipano all’elezione finale del candidato del partito senza alcun vincolo. La speranza sembra comunque vana sia perché Hillary ha già un buon margine di vantaggio avendo superato la soglia minima dei 2.383 delegati, sia perché i dati della California le assegnano una più che solida maggioranza.

 

Anche se matematicamente Sanders non può sperare nella nomination, la sua affermazione gli consente di condizionare comunque sul piano politico la campagna della Clinton, imponendole maggiore attenzione ai temi cari al “senatore socialista” e ponendola in difficoltà nei confronti dell’altro competitor per la Casa Bianca, il tycoon newyorkese Donald Trump, uscito ovunque vincitore in campo repubblicano anche da questo “Super Tuesday” e ormai candidato ufficiale del partito alle elezioni presidenziali di novembre.

 

A Bernie Sanders action figure prototype is displayed with Hillary Clinton and Barak Obama figures in a photo illustration taken in the Brooklyn borough of New York

(Tre statuette ritraggono Hillary Clinton, Bernie Sanders e Barack Obama) 

 

Forse proprio per evitare che Hillary Clinton venga politicamente indebolita dalla presenza ingombrante di Bernie Sanders, il presidente Obama ha convocato per domani 9 maggio il senatore del Vermont alla Casa Bianca per un colloquio diplomaticamente definito in un comunicato ufficiale “di carattere privato”. Come anticipato a mezzo stampa, il presidente si aspetta un ritiro volontario di Sanders prima della convention, dopodiché potrà fare ufficialmente il suo endorsement presidenziale.

 

Le accuse di Clinton e la risposta di Trump

Nel discorso di New York dove ha celebrato la sua vittoria, la Clinton si è scagliata contro Donald Trump – preludio del prossimo scontro elettorale – sostenendo che le nelle prossime elezioni “la posta sarà molto alta per l’America perché Trump ha un temperamento che lo rende non idoneo a ricoprire la carica di presidente e di comandante in capo. Quando uno come lui dice che uno stimato giudice non può fare il suo lavoro perché è di origini messicane, quando insulta le donne e prende in giro un giornalista disabile [] va contro tutti i nostri valori”.

 

La candidata democratica si riferiva alle ultime gaffe verbali del suo avversario e in particolare all’ennesima affermazione politicamente “scorretta” di Donald Trump a proposito di un giudice federale nato negli Stati Uniti da genitori messicani, attualmente impegnato in una causa che riguarda gli affari di Trump e che secondo il miliardario di New York sarebbe “inadatto” a giudicarlo. Questa battuta ha scatenato un putiferio politico. Lo speaker, cioè il presidente della Camera dei Rappresentanti, Paul Ryan, ha definito la frase di Trump degna di entrare “in un libro di testo sul razzismo” mentre il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell, ha chiesto a quello che ormai è il candidato del suo partito per la presidenza degli Stati Uniti di smetterla “una volta per tutte di attaccare le minoranze etniche”.

 

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Solitamente incurante delle critiche, Donald Trump stavolta si è piegato alle pressioni degli esponenti del suo partito e ha diffuso una dichiarazione nella quale sostiene che le sue frasi sono state mal riferite e che comunque non si occuperà più del giudice. Comunque, confermando che la prossima campagna presidenziale sarà una lotta senza esclusione di colpi, nel commentare il proprio successo nel “Super Tuesday”, Trump ha detto il 7 giugno ai suoi supporter in un comizio: “la prossima settimana terrò un discorso pubblico nel quale tutti insieme discuteremo di alcune faccende che riguardano i coniugi Clinton e vi racconterò cose che tutti voi troverete molto interessanti. Spero che la stampa sia presente”. Insomma, la campagna per la presidenza si conferma tutt’altro che noiosa.

 

Quali che possano essere le prossime rivelazioni sui Clinton, Trump – che a maggio nei sondaggi aveva raggiunto e momentaneamente superato Hillary – nell’ultima rilevazione Reuters/Ipsos ha visto erodere i propri consensi potenziali, scendendo al 34,7% contro il 44% della Clinton, mentre il 20,9% degli interpellati ha dichiarato di “non gradire” entrambi i candidati.