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Questa notte si terranno le elezioni più importanti del mondo. Ecco come funzionano: dalle primarie per l'assegnazione delle nomination al voto finale che deciderà la sfida tra Donald Trump e Hillary Clinton

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Di Ciro Sbailò ed Emilio Minniti

 

L’elezione del presidente degli Stati Uniti d’America si sviluppa sulla base di un doppio meccanismo di selezione. In una prima fase, la cui organizzazione non risulta disciplinata dal dettato costituzionale, si determina la composizione delle convention nazionali e la designazione dei candidati alla presidenza e alla vicepresidenza dei partiti democratico e repubblicano. Il processo che porta all’attribuzione della nomination non avviene simultaneamente in tutti gli stati dell’unione e dura circa cinque mesi. I delegati alle convention nazionali sono eletti dai singoli stati mediante caucus e primarie.

 

I caucus sono assemblee disciplinate su base locale dagli statuti dei rispettivi partiti, alle quali prendono parte militanti ed elettori che di norma si esprimono con voto palese. Adottato nei primi decenni dell’Ottocento, tale meccanismo è tuttora vigente in alcuni stati tra i quali l’Iowa, il primo stato ad aprire la corsa alla nomination.

 

L’introduzione delle primarie “viceversa” è relativamente recente: furono adottate per la prima volta nel 1903 in Wisconsin per sottrarre ai partiti il monopolio sulle candidature. Si tratta di una procedura elettorale regolamentata da leggi statali e attualmente adottata in oltre quaranta stati dell’unione. Le primarie sono in larga prevalenza “chiuse”, ossia riservate a soggetti registratisi come elettori del partito organizzatore, ma possono essere anche “semi-chiuse”, cioè con la partecipazione anche di elettori registratisi come indipendenti, oppure “aperte”, nel senso che ogni cittadino può votare liberamente a prescindere dall’affiliazione partitica. Quanto alle modalità di attribuzione dei delegati, nelle primarie repubblicane prevale il principio maggioritario del winner takes all: il più votato conquista tutti i delegati attribuiti dallo stato in cui si sono svolte le consultazioni. In campo democratico, vige invece il principio proporzionale. Il quadro delle convetion nazionali è completato dalla categoria dei “super-delegati”, comprendente figure apicali dell’establishment partitico e politico-istituzionale dei diversi stati, il cui orientamento è indipendente rispetto all’andamento delle votazioni.

 

Il sistema di voto delle presidenziali

Una volta ultimata la fase delle nomination, che di norma si conclude nel mese di luglio, il primo martedì successivo al primo lunedì di novembre dello stesso anno avviene l’elezione del presidente. Secondo questo schema, le elezioni presidenziali del 2016 si tengono oggi martedì 8 novembre. Formalmente si tratta di un’elezione di secondo livello affidata a un corpo di “elettori presidenziali”, scelti da ogni stato in numero pari ai deputati e ai senatori a esso attribuiti. In tutti gli stati, a eccezione del Nebraska e del Maine in cui vige un sistema proporzionale, gli elettori presidenziali sono eletti ancora sulla base del principio “winner takes all”, che consente al candidato presidente di conquistare tutti i “grandi elettori” di uno stato anche sulla base di un singolo voto in più del suo avversario. Ciò ha consentito a George W. Bush nel 2000 di essere eletto presidente sebbene il suo sfidante Al Gore avesse ottenuto, su base nazionale, circa mezzo milione di voti in più.

 

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Ci si è spesso chiesti come un sistema tanto farraginoso possa essere tollerato nella più grande e democratica potenza mondiale. Si tratta, in effetti, di un modello non esportabile. Le radici della sovranità popolare americana affondano, infatti, nella decisione di alcuni gruppi di emigranti di costituirsi in società politica, rivendicando il diritto di autogoverno rispetto alla madrepatria inglese. Il sistema costituzionale, dunque, si è strutturato al di fuori del contesto ideologico che ha caratterizzato lo sviluppo del costituzionalismo europeo. Se nel vecchio continente la convergenza tra suffragio universale e diritto popolare alla partecipazione politica si è sviluppata in stretta connessione con la formazione della classe operaia, con la nascita dei sindacati e delle organizzazioni politiche di massa, il costituzionalismo americano viceversa presenta un’originaria connotazione patriottico-individualistica. Nel nuovo mondo, infatti, è la leadership a esercitare una funzione legittimante sulle istituzioni. Già George Washington si mostrò quanto mai consapevole della necessità di rafforzare il dato istituzionale attraverso la leadership, anche ricorrendo al ricco apparato simbolico della massoneria, che aiutava non poco a riempire i vuoti lasciati dall’espulsione della monarchia.

 

I finanziamenti

Il presidente è l’officiante in capo delle liturgie repubblicane: tra queste ultime, la più importante ai fini del mantenimento della “vitalità” del sistema, è proprio quella della sua elezione. Il complicato meccanismo dell’elezione presidenziale mette in moto, infatti, le forze più profonde del Paese. A strutture di partito tradizionalmente “leggere” fa riscontro una straordinaria mobilitazione che si articola in comitati di volontari e in serrate campagne di comunicazione porta a porta. La stessa raccolta dei fondi avviene prevalentemente sulla base del coinvolgimento di gruppi privati e di cittadini sostenitori. Nella campagna del 2008, Obama raccolse diverse centinaia di milioni di dollari attraverso piccole donazioni effettuate da cittadini americani mediante la rete, e optò per la rinuncia agli 84 milioni di fondi federali, ritenendo la sua ampia base di supporto popolare una sorta di finanziamento pubblico a tutti gli effetti.

 

È, dunque, nella capacità di mobilitazione della società e nell’elevata intensità della partecipazione alla vita politica che va ricercata la chiave interpretativa delle dinamiche statunitensi. Il sistema risulta, così, altamente politicizzato, nel senso che l’ultima parola su ogni questione chiave compete a chi è maggiormente esposto alle conseguenze della decisione stessa, e non già a chi vanta una maggiore competenza tecnica in materia. L’elevato livello di politicizzazione fornisce, pertanto, una spiegazione sul perché gli Stati Uniti possano permettersi meccanismi elettorali tanto complessi e farraginosi, in quanto quei meccanismi ricoprono una funzione quasi “liturgica”, necessaria a legittimare le dinamiche istituzionali.

 

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I poteri dello Stato

Quanto alla recente dialettica tra gli organi dello stato, mentre l’esecutivo si è adattato ai tempi nuovi attraverso un’inedita acquisizione di poteri e competenze, il legislativo sembra essere rimasto dentro gli schemi del passato. Esso, cioè, non ha sviluppato al proprio interno un processo di centralizzazione e semplificazione simmetrico a quello realizzatosi nell’altro branch of government, cui è chiamato storicamente a fare da contrappeso.

 

Nel settore dell’intelligence, ad esempio, si è determinato un processo d’intensa “politicizzazione” e “fluidificazione” degli aspetti organizzativi, nonché una sensibile espansione del ruolo dell’esecutivo a discapito del parlamento. È emblematico al riguardo lo scontro tra il presidente e il parlamento sui vertici dell’intelligence. Quando Obama non riuscì a ottenere l’approvazione parlamentare per la nomina di un suo uomo di fiducia – l’alto funzionario della CIA, John Brennan – alla direzione dell’intelligence, lo insediò quale suo consigliere per la sicurezza, nomina che non richiede l’approvazione del Congresso. Contestualmente, il presidente riuscì a collocare due outsider a capo della CIA e del DNI (Director of National Intelligence), quali Leon Panetta e Dennis C. Blair, di fatto costretti a interloquire con un “suo” consigliere.

 

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Altro esempio significativo dell’alto tasso di politicità del sistema si riscontra in quel che sta accadendo alla Corte Suprema. Attualmente, la situazione di parità tra i quattro giudici di orientamento conservatore e i quatto di orientamento democratico ha rallentato il funzionamento della Corte. Il problema nasce dal contrasto tra la decisione di Obama di nominare immediatamente un successore dopo la morte del conservatore Antonin Scalia, deceduto nel febbraio di quest’anno, e l’opposizione della maggioranza repubblicana al Senato, che ritiene tale scelta di competenza del prossimo presidente.

 

 

 

Il primato della politica nella sua chiave individualistico-patriottica prevale anche in questa fase della vita pubblica americana. In particolare, emerge l’insofferenza per l’avvitamento del sistema attorno ad alcuni “gruppi”, “interessi” o “famiglie”. Anche in questo senso andrebbero letti i successi di Trump e Sanders, che superano le categorie europee di “populismo” e “anti-politica”. La scelta su chi, tra Clinton e Trump, debba diventare il Commander-in-chief sarà perciò una scelta massimamente politica.

 

Da un estratto del libro USA VS. Trump, edito da Lookout Group in collaborazione con G-Risk.