ISRAELE -

Washington stanzierà nei prossimi dieci anni 38 miliardi di dollari in aiuti militari destinati a Tel Aviv. Ma l’intesa accontenta a metà il premier Netanyahu

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Di Rocco Bellantone

 

Al termine di un lungo negoziato, Stati Uniti e Israele hanno raggiunto un raccordo in base al quale Tel Aviv riceverà da Washington per i prossimi 10 anni aiuti militari pari a 38 miliardi di dollari. L’accordo, chiamato MOU (Memorandum of understanding), è il più dispendioso approvato nella storia degli Stati Uniti. Verrà firmato oggi, mercoledì 14 settembre, nella sede del Dipartimento di Stato americano da Jacob Nagel, consigliere per la sicurezza nazionale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, e da Thomas Shannon Jr., sottosegretario di Stato per gli Affari Politici, in presenza di Susan Rice, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Obama che ha seguito in prima persona le trattative.

 

I finanziamenti verranno erogati alla media di 3,8 miliardi di dollari all’anno e saranno devoluti in buona parte per consentire a Israele di potenziare i propri sistemi di difesa missilistici Iron Dome (corto raggio), David’s Sling (medio raggio) e Arrow (lungo raggio), utilizzati per respingere i lanci di razzi da parte dei libanesi di Hezbollah e dei palestinesi di Hamas. Tel Aviv ha fatto inoltre richiesta, come spiegato da Difesa Online, di caccia F-15 ed F-35 Joint Strike Fighter, di velivoli V-22 Osprey e di F-15I equipaggiati con radar AESA.

 

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L’upgrade rispetto all’accordo decennale precedente, in scadenza nel 2018, è di circa 4 miliardi di dollari. Dopo una serie di colloqui, complicati dalle posizioni distanti di Obama e Netanyahu sulla questione palestinese e che hanno rischiato di arenarsi al momento della firma dell’intesa sul programma nucleare iraniano, alla fine l’accordo è stato raggiunto.

 

Nei prossimi dieci anni Tel Aviv dovrà gradualmente fare richiesta di acquisto solo di armi fabbricate da società americane. L’intesa attualmente ancora in vigore prevedeva invece che ogni anno Israele potesse reinvestire in casa il 26% dei soldi ricevuti dagli Stati Uniti. Questo limite, imposto dagli USA per impedire alle imprese israeliane di fare concorrenza a quelle americane, rischia però di avere delle ricadute negative sull’occupazione interna. Il 15% dei lavoratori che operano nel settore industriale sono infatti impiegati proprio nel comparto della difesa e nel 2015 il 13% delle esportazioni industriali è stato coperto da società che producono armi e strumentazioni militari per un valore pari a 5,7 miliardi di dollari.

 

Al netto di queste concessioni, che potrebbero portare alla perdita di migliaia di posti di lavoro, Netanyahu ha comunque deciso di accelerare i tempi, “accontentandosi” di un accordo da 34 miliardi di dollari rispetto a uno da 45 miliardi che per mesi ha provato a strappare. L’alternativa sarebbe stata far slittare l’intesa al post elezioni presidenziali americane, in programma l’8 novembre. Ma il nome del nuovo inquilino della Casa Bianca che prenderà il posto di Obama è un’incognita difficile da decifrare. Anche per un Paese come Israele, abituato ad anticipare le mosse dei suoi avversari e a prevedere quelle dei suoi alleati.

 

 

  • giampiroma

    ma se la cantano da soli. gli USA sono una provincia di Israele e quindi non c’è problema. Israele dispone,l’america (che è di loro proprietà) esegue e game over.

    • SAMYA ARREL

      Hai invertito le proprietà,cima!