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I due candidati sono ormai quasi certi di giocarsi la sfida per la Casa Bianca. Ecco come si apprestano ad affrontare l’ultimo atto

Republican U.S. presidential candidate Donald Trump speaks at rally in Costa Mesa, California

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di Tersite

Con l’ultima tornata elettorale del 26 aprile per le primarie americane negli stati del nord-est, compreso lo stato di New York, il repubblicano Donald Trump ha ottenuto 956 delegati sui 1.237 che gliene occorrono per la nomination. L’antagonista Ted Cruz è quasi alla metà, 502. Dal canto suo la democratica Hillary Clinton è a 1.615 delegati, sui 2.383 che gliene occorrono. Ma ha dalla sua anche 469 super delegati indicati dal partito. Lo sfidante Bernie Sanders è a 1.267 e 31 super delegati, con meno distacco che non nel campo repubblicano.

 

Visti gli ampi margini Trump si sente già sicuro dell’investitura, anche se la prossima tornata negli stati dell’ovest, con avvio in Indiana il 3 maggio, può non riservargli l’ampio consenso avuto nell’est. Ma non siamo qui per fare punti e previsioni sul voto. Su questo vi è già altrove abbondanza di notizie. Noi vorremmo invece provare ad analizzare scenari futuri, presupponendo che lo scontro finale per la presidenza sarà tra Trump e Clinton e che, quindi, uno dei due possa arrivare alla casa Bianca.

 

I problemi di Hillary Clinton

Visto che Sanders ancora regge la sfida – portando in campo democratico a una dannosa divisione del partito per il futuro scontro con Trump – la Clinton ha di nuovo chiamato a una unità del partito, assumendo alcuni dei punti del programma del suo sfidante. Ma già le promesse elettorali sono chiacchiere ancora di più per le posizioni e i programmi del governatore liberal del Vermont che si definisce addirittura socialista. Una definizione che in America suona come “marziano”, “russo” o addirittura per alcuni “terrorista”.

 

La Clinton potrebbe offrire a Sanders la vicepresidenza, che questi potrebbe però rifiutare perché il vice-presidente conta negli USA meno del “maggiordomo del presidente” a meno che questi non sia costretto a lasciare o muoia prima della fine del suo mandato. Offrirgli un ministero sarebbe assai difficile. Non ne accetterebbe uno minore e non gliene se ne può dare uno maggiore, in quanto il suo programma radicale e anti-banche è in netto contrasto con i poteri forti USA, così come con i finanziamenti di Goldman Sachs che hanno segnato l’ascesa dei Clinton.

 

Bernie Sanders and actress Susan Sarandon talk at the Sunset Diner in Brooklyn

(Bernie Sanders insieme all’attrice Susan Sarandon) 

 

Le prossime mosse di Trump

Il magnate dell’immobiliare Trump, in parte per indole e in parte per calcolo, ha scelto di presentarsi come un outsider della politica. Uno che parla diretto e per semplicistiche iperboli come farebbe l’uomo della strada. Un antipolitico, ma un uomo di successo pronto ad applicare alla politica le regole che l’hanno portato al successo economico. Esattamente come fece da noi Silvio Berlusconi. Come lui Trump sta rispolverando l’amor patrio (far tornare grande l’America), sta sfruttando la rabbia e la sfiducia nella politica (negli USA anche per le presidenziali le percentuali di voto sono crollate al 49% del 2012), ammantandosi di un liberalismo d’antan sul primato della libertà individuale contro l’invadenza, soprattutto fiscale, del governo.

 

Temi conservatori cari alla più vasta platea del partito repubblicano, assieme all’isolazionismo che vuole gli USA non obbligati a soccorrere gli alleati in giro per il mondo, se questi non si soccorrono prima da soli. L’America, dunque, prima di tutto. Poi l’unica cosa chiara e concreta è il riavvicinamento con Israele e l’allontanamento dall’Iran. Tutto il resto è vago e contraddittorio: rafforzare la supremazia militare USA, e l’arsenale nucleare, ma dialogare con Cina e Russia; porre fine all’assurdità delle guerre per esportare la democrazia, “ma se non ci saranno alternative, se sarò presidente non esiterò a dispiegare la nostra forza militare”. Non è troppo nel conto seguire i programmi elettorali, perché saranno comunque sparigliati una volta messo piede nella stanza ovale, con i problemi, e i poteri, reali da affrontare.

 

Proviamo invece a vedere cosa potrebbe portare una sua presidenza. Trump è contrario al trattato TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) che legherebbe gli USA ad altri Paesi occidentali, perché già il trattato continentale NAFTA (North American Free Trade Agreement) ha devastato l’industria manifatturiera americana. Niente legami, niente lacci: “Non consentiremo all’America di stringere accordi che limitino la sua abilità di controllare i propri affari”.

 

Republican U.S. presidential candidate Donald Trump speaks at a campaign rally in Costa Mesa, California

(Donald Trump)

 

Questo fa pensare che Trump possa voler puntare su una svalutazione del dollaro, e su una guerra valutaria internazionale, per aumentare la competitività USA. D’altronde già Wall Street prevede caos finanziario in caso di sua vittoria. Quindi un possibile accordo sulla Brexit, che potenzierebbe la svalutazione competitiva con l’euro indebolendolo. Una svalutazione che favorirebbe le economie dei Paesi finanziariamente deboli (e danneggiati nelle esportazioni dall’euro a trazione tedesca) come Italia, Francia, Spagna, Grecia, Portogallo. Mentre il conseguente aumento delle materie prime ed energetiche riaprirebbe la spirale inflattiva, tanto temuta dalla Germania, ma per nulla dalla BCE (Banca Centrale Europea) e dagli economisti che vedono nell’inflazione una spinta verso il rilancio.

 

Ma questo impedirebbe contemporaneamente alla Germania di staccarsi dall’euro – che quindi resisterebbe – perché facendolo la sua moneta si apprezzerebbe immediatamente bloccando il suo miracolo nelle esportazioni (fondato sulla svalutazione camuffata, grazie a un euro più debole del suo marco). Con Trump si può quindi ipotizzare un rilancio della guerra monetaria e finanziaria per riaffermare, nella supremazia dell’interesse americano, la sudditanza del resto del mondo (Russia e Cina in primis). “Sul fronte commerciale – ha affermato in proposito – saremo pronti a dispiegare le nostre risorse economiche, leva finanziaria e sanzioni comprese”.

 

Il piano incerto della Clinton

La Clinton è invece un Giano Bifronte. Il programma interno rimane ancorato ai temi dei democratici: parità di retribuzione per le donne, aumento del salario minimo, ampliamento dei crediti d’imposta per le famiglie più povere. Ma sicuramente è un programma indifferente (non si sbilancia ora, ma lo sarà in caso di elezione) alle pressioni liberal e sindacali per non ratificare il TTIP e per ripristinare il Glass-Steagall Act, a freno delle speculazioni finanziarie delle banche.

 

La Clinton è più cauta di Trump su Israele. Anche perché, per quel poco che pasticciando ha fatto da segretario di Stato (con le migliaia di mail riservate sul suo account privato e con le menzogne sull’uccisione dell’ambasciatore USA a Bengasi), deve aver capito che gli equilibri in Medio Oriente, quindi anche la sicurezza di Israele, passano ora per il ruolo di garante assunto dalla Russia, compresa l’attuale moderazione di quell’Iran che Trump vede come fumo negli occhi.

 

Democratic U.S. Presidential candidate Hillary Clinton tours Munster Steel in Hammond

(Hillary Clinton visita una fabbrica a Hammond, nell’Indiana)

 

Per il resto la sua politica estera è improntata di sana pianta da quella neo-con: aggressività e contenimento di Russia e Cina; voleva che gli USA armassero direttamente le milizie jihadiste siriane; quindi proseguimento delle attività di destabilizzazione, anche nelle aree di mercato europee, e lungo l’asse della Nuova Via della Seta, in danno di una parte d’Europa che comprende l’Italia e della Cina. Il tutto sia seguendo il lead from behind, già applicato da Obama, sia – ed è la sua propensione di falco – tornando a intervenire direttamente.

 

Wall Street e l’Europa

Wall Street non teme la Clinton quanto teme Trump. L’ex segretario di Stato è anzi portatrice di stabilità finanziaria e monetaria, spingerà per la firma del TTIP di cui i democratici sono i più convinti sostenitori e, come Obama, farà pressione sull’Inghilterra contro il Brexit.

 

Quindi rivalutazione del dollaro per attirare capitali e investimenti. E così la BCE sarebbe costretta sostenere il cambio dell’euro, anche perché il trattato TTIP (mercato unico USA-Europa) sarà possibile solo in un regime di cambi paritetici. Queste scelte stabilizzanti e anti-isolazioniste avvantaggerebbero in Europa le economie forti, la Germania, e svantaggerebbero quelle più deboli, come l’Italia. Perché in questo caso la Germania, può essere favorita nel proseguire la creazione di un suo euro (euro “A”) che comunque, anche rivalutato, circolerebbe in forza del TTIP insieme al dollaro, anch’esso rivalutato, nel Nord Europa e in USA.

 

Le economie mediterranee con un euro svalutato (euro “B”) potrebbero divenire più concorrenziali rispetto a quelle dell’euro “A”, lasciando in sospeso l’appartenenza della Francia a quello “A” o a quello “B”. Ma per l’Italia, maggiore concorrente industriale della Germania, quel possibile vantaggio sarebbe del tutto assorbito, e ribaltato, dal suo debito pubblico che verrebbe aumentato dalla rivalutazione dell’euro “A”. Per la parte del debito all’estero (35%), e per lo spread che volerebbe alle stelle in modo insostenibile.

 

Guardando alle primarie USA con senso di realismo politico potrebbe quindi essere maggiormente nell’interesse dell’Italia, e in quello dell’Europa mediterranea, che venga eletto presidente il confuso isolazionista Trump, che non la determinata e guerrafondaia globalista Clinton.