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Aver spinto Mosca nell’inferno mediorientale potrebbe essere stata una precisa tattica del Dipartimento di Stato. Una strategia a lungo termine, che però nell’immediato sta esponendo gli USA a troppi rischi

Barack Obama

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di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

 

Che il clima intorno alle presidenziali americane si stia facendo sempre più pesante è una consuetudine che si rinnova a ogni rush finale della corsa verso la Casa Bianca. In ogni caso, ancora una volta tutto si gioca in chiave economica nazionale e non basteranno gli scandali sessuali per stanare Donald Trump e batterlo anzitempo, perché Hillary Clinton ha troppi scheletri nell’armadio per convincere gli elettori della propria superiorità morale e dell’irreprensibilità nei comportamenti.

 

Ciò nonostante, per chi non è cittadino statunitense, più che l’economia quel che interessa è capire quale politica estera svilupperà la nuova amministrazione. Al netto delle visioni personali che vogliono Trump isolazionista e Hillary offensivista – teorie tutte ancora da dimostrare – e indipendentemente da chi sarà chiamato a governare il paese, gli Stati Uniti restano se stessi, nel bene e nel male. Se per buona parte del secolo scorso si sono ritagliati il ruolo di “poliziotti del mondo”, con il nuovo millennio si sono riscoperti “esportatori di democrazia”, secondo la dottrina del giovane Bush che riesumava la filosofia dei consiglieri del padre (Dick Cheney e Donald Rumsfeld su tutti) che ebbero campo libero nell’imporsi in un’America ferita dall’11 settembre 2001.

 

La dottrina Obama del soft power

Attualmente, rimarginate le ferite dell’attentato qaedista, la dottrina Obama ha sterzato bruscamente verso quello che viene oggi definito “soft power”. La sua amministrazione ha cioè addomesticato i diplomatici di Washington e orientato gli uomini del Pentagono all’utilizzo della sola forza della diplomazia, al fine di evitare a ogni costo il coinvolgimento diretto in avventure militari, preferendo operazioni minimali, cosiddette “chirurgiche”, per mezzo della sola supremazia tecnologica di cui dispone la macchina bellica americana.

 

Questo, come noto, non ha portato i benefici sperati. Anche se Obama nel suo ultimo discorso alle Nazioni Unite ha sottolineato che “il numero delle democrazie di tutto il mondo è quasi raddoppiato negli ultimi 25 anni” e che “il nostro ordine internazionale è stato un tale successo che le grandi potenze non combattono più guerre mondiali”, nondimeno la nuova politica americana potrebbe aver gettato gli embrioni per un futuro disastro che si sta concretizzando in quell’area immensa che va dalla Libia all’Afghanistan e che ha come epicentro la Siria.

 

Hillary Clinton(Hillary Clinton, candidata democratica alla Casa Bianca)

 

Da quando l’America ha raggiunto pressoché l’indipendenza energetica, ha progressivamente abbandonato quelle aree critiche dove in precedenza si era spesa manu militari per mantenere la propria influenza, e oggi predilige il pivot to Asia e lo sviluppo di strategie intorno al Pacifico. Questo ha offerto alla Russia ampi margini di manovra, tali che Mosca ha progressivamente riempito uno dopo l’altro i vuoti lasciati dall’Amministrazione Obama nell’ottica di sostituirvisi definitivamente, rilanciando alleanze e sviluppando una politica egemone in molti dei teatri dove era solita sventolare la bandiera a stelle e strisce.

 

Da ciò sono derivate: l’occupazione russa dell’Est ucraino e la tessitura di nuove alleanze strategiche – sia pur con alcune riserve e con i dovuti distinguo – con la Libia del generale Haftar, con l’Egitto del presidente Al Sisi, con la Turchia del sultano Erdogan, finanche con lo Stato di Israele.

 

La geopolitica del Cremlino

Mosca attualmente appoggia l’esercito libico di Khalifa Haftar, che al momento controlla la Cirenaica e i suoi numerosi pozzi petroliferi, e che un domani vorrà forse assoggettare l’intera Libia, prefigurando uno scenario in cui la Tripolitania sarà piegata con la forza delle armi, se non vorrà scendere a patti. Per quanto concerne l’Egitto, il Cremlino ha avviato esercitazioni congiunte tra l’esercito di Mosca e quello del Cairo nel deserto di El Alamein, dove il 15 ottobre è stato simulato un massiccio attacco terroristico proveniente da uno Stato vicino, cioè guarda caso la Libia, con il soccorso russo alle truppe egiziane.

 

Putin(Il presidente russo Vladimir Putin)

 

Diverso e più interessato è l’accordo stretto tra Vladimir Putin e la Turchia di Recep Tayyip Erdogan: in questo caso, l’inaffidabilità di Ankara è tale che la convergenza d’interessi si può dire momentanea e, secondo alcuni, ricorda da vicino il funesto patto Molotov-Ribbentrop, anche perché gli accordi qui sono di stampo energetico e non intercettano invece i destini della Siria, dove le rispettive politiche continuano a divergere ampiamente.

 

Infine, c’è la questione israeliana. Consapevole che tra il premier Benjamin Netanyahu e il presidente Obama non corre buon sangue, il più che pragmatico Vladimir Putin ne ha approfittato per stabilire una linea di non interferenza nel teatro siriano, in vista di una futura spartizione di quel territorio dove ormai Russia e Israele quasi si toccano. Sarebbe però fuorviante affermare che gli Stati Uniti abbiano abbandonato le velleità di potenza mondiale, sconfessando il ruolo che si sono ritagliati in quasi un secolo di interventismo. Il disimpegno di Washington è, infatti, solo apparente e non si tradurrà nel prossimo futuro nell’abbandono di ogni presidio o nel progressivo disinteresse di quell’area calda che va dal Nord Africa al Medio Oriente.

 

La Casa Bianca e la teoria dei giochi

La dottrina Obama del “soft power” è sì tesa a non usare la forza bruta se non quando indispensabile, ma di certo non è volta a lasciare eccessivi spazi di manovra allo storico antagonista. Anzi, secondo una teoria sussurrata nei salotti che contano di Washington, aver spinto Mosca nell’inferno mediorientale è semmai stata una precisa tattica del Dipartimento di Stato, funzionale a logorare lentamente la Federazione Russa, i cui sforzi bellici in Siria e più in generale nel MENA (Medio Oriente e Nord Africa) potrebbero a lungo andare piegarne l’economia, visto che quella regione appare sempre più come un’inestricabile jungla di sabbie mobili e considerato il non floridissimo ciclo economico russo, il cui bilancio statale dipende in larga parte dal solo settore energetico.

 

A Georgetown, insomma, il quartiere bene della capitale, c’è chi spera di replicare una sorta di quella forsennata corsa allo spazio e al riarmo nucleare forzato che nel secolo scorso portò al collasso economico, politico e sociale dell’Unione Sovietica e al primato mondiale americano, stavolta senza che gli USA debbano muovere un dollaro in più del necessario. Secondo questa “teoria dei giochi”, sarebbe bastato solleticare l’ego di Vladimir Putin e cavalcare la sua retorica nazionalistica che punta a ricreare i fasti perduti della nazione, per indurlo a commettere questo macroscopico passo falso.

 

Donald Trump(Donald Trump, candidato repubblicano alla Casa Bianca)

 

Sarà, ma per adesso questa politica si sta dimostrando sin troppo arrischiata e foriera di conseguenze nefaste tanto per l’Afghanistan come per la Libia, mentre per ciò che concerne la Siria siamo davanti a uno scenario che definire imprevedibile è poco. Qui, infatti, la somma di molteplici interessi e la presenza di troppi protagonisti rischia non solo di far degenerare l’annoso conflitto in uno ancora più grande, ma di trascinare nuovamente gli Stati Uniti nel pantano.

 

Questo è in linea con il programma di Hillary Clinton: sulla carta, infatti, una sua vittoria comporterebbe la prosecuzione dell’agenda Obama di una sempre più aggressiva opposizione alla Russia, mentre una vittoria di Donald Trump rimetterebbe tutto in discussione.