STATI UNITI D'AMERICA -

La crisi diplomatica tra Washington e Mosca potrebbe sfuggire di mano in ogni momento se alle accuse verbali dovessero seguire “incidenti” sul campo

Putin Obama

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di Alfredo Mantici

 

Mentre la campagna elettorale per la scelta del prossimo presidente degli Stati Uniti si avvia verso la conclusione in un crescendo di battibecchi e di insulti reciproci tra i due candidati, l’Amministrazione uscente del presidente Barack Obama sembra decisa a scandire le ultime battute del suo mandato con atti e dichiarazioni bellicose nei confronti della Russia di Vladimir Putin. Gli scambi di accuse sempre più acrimoniosi tra Washington e Mosca hanno portato i rapporti tra i due Paesi al livello più basso degli ultimi 25 anni.

 

Sul tappeto due punti fondamentali del confronto tra le superpotenze. Il primo è riconducibile alla situazione in Siria, dove russi e americani, dopo il fallimento del tentativo congiunto di stabilire una tregua umanitaria ad Aleppo, hanno interrotto qualsiasi forma di cooperazione sul terreno e chiuso i canali di scambio di informazioni tattiche che avrebbero dovuto comportare un coordinamento dell’impegno militare contro il Califfato. Il secondo elemento di frizione è dato dalle accuse, alle quali ha dato pubblicamente credito Obama, di interferenze russe nella campagna presidenziale americana con tentativi di hackeraggio dei sistemi informatici del partito democratico, presumibilmente volti a raccogliere informazioni imbarazzanti per Hillary Clinton e quindi in grado di favorire il suo avversario, Donald Trump.

 

Su tutti e due i punti le rispettive posizioni sono agli antipodi. Per quanto riguarda la Siria, alle accuse di Washington di aver sabotato la tregua umanitaria con il bombardamento di metà settembre del convoglio di aiuti delle Nazioni Unite, il presidente Putin ha replicato di avere le prove (“e le hanno anche gli americani” ha sostenuto pubblicamente) della responsabilità dei miliziani di Jabhat Fateh al-Sham (ex Jabhat Al Nusra, formazione qaedista), i quali sfruttando la copertura degli USA avrebbero usato la sperimentata tecnica dei barili esplosivi per colpire il convoglio umanitario.

 

Aleppo(Aleppo devastata dai bombardamenti, 13 ottobre 2016)

 

Per quanto riguarda le accuse di pirateria informatica – finora, occorre sottolineare, molto generiche e non circostanziate – ribadite nei giorni scorsi dalla Clinton, queste sono state smentite ironicamente dal ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, in un’intervista alla rete televisiva CNN dell’11 ottobre. Nell’intervista Lavrov ha sostenuto che per il suo Paese è stato “molto lusinghiero ricevere tanta attenzione, visto che solo qualche tempo fa il presidente Obama ci ha definito una potenza regionale. Comunque su questo tema non abbiamo visto esibire alcuna prova”. Gli ha fatto eco il 12 ottobre Putin che, a margine di un convegno finanziario a Mosca, ha liquidato le accuse di interferenza informatica nella campagna presidenziale definendole prive di fondamento e “dettate dall’isteria”.

 

Questi scambi di battute potrebbero essere considerati circoscritti nei confini della semplice dialettica politica se non fossero stati finora seguiti da fatti preoccupanti. Non solo, come detto, Mosca e Washington hanno interrotto qualsiasi forma di cooperazione in Siria, ma i russi all’inizio di ottobre hanno bruscamente abbandonato i colloqui multilaterali sulla limitazione della produzione di plutonio e hanno spostato batterie di missili nucleari Iskandar nella città di Kaliningrad, l’ex Koenisberg che è un’enclave di Mosca in territorio polacco fin dalla fine della seconda guerra mondiale.

 

Russia_missili_Europa

 

 

Mentre gli americani accusano i russi di ostacolare la libera circolazione dei loro diplomatici a Mosca e San Pietroburgo, e i russi replicano sostenendo che i loro diplomatici vengono sistematicamente “molestati” negli Stati Uniti, l’ambasciatore russo a Washington, Sergei Kilyak, ha sottolineato sempre alla CNN che “la qualità delle relazioni tra di noi sono certamente al punto più basso dai tempi della Guerra Fredda”. “I normali canali di comunicazione – ha spiegato – sono interrotti”, aggiungendo che “il rischio di errori di calcolo è elevato, specialmente con le forze militari della NATO schierate alle nostre frontiere”.

 

Prima di Lavrov e Putin ha rincarare la dose per gli Stati Uniti era stato il segretario di Stato John Kerry il quale, intervenendo il 10 ottobre a una manifestazione del partito democratico a sostegno della Clinton, a proposito delle accuse di pirateria informatica rivolte ai russi ha affermato: “loro non possono sperare di cavarsela a buon mercato. Noi vogliamo e possiamo rispondere a questa inaccettabile interferenza nei modi e nei tempi che sceglieremo”.

 

Parole forti alle quali il Cremlino ha risposto spostando ulteriormente in alto l’asticella della tensione: il 13 ottobre Mosca ha ordinato a tutti i suoi funzionari residenti all’estero di “rientrare in patria” con le loro famiglie, dopo che Putin ha annullato la sua visita ufficiale in Francia, prevista per il 18 ottobre, in risposta alle accuse del presidente francese Francois Hollande circa i “crimini di guerra” compiuti a suo dire dai russi in Siria.

 

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Quella che si è generata, come si vede, è una situazione che non soltanto appare molto tesa, ma che potrebbe sfuggire di mano in ogni momento se alla mosse di propaganda e alle frecciate verbali dovessero seguire degli “incidenti” sul campo, o in Siria o alle frontiere occidentali della Russia, o in mare aperto dove le flotte della NATO e della Russia si guardano in cagnesco.

 

Una situazione difficile che ha spinto Michail Gorbaciov, ultimo presidente dell’Unione Sovietica, a rilasciare un’allarmata dichiarazione all’agenzia di stampa russa Ria Novosti nella quale l’anziano ultimo segretario del PCUS ha affermato: “io credo che il mondo si stia accostando a una soglia pericolosa. Mi sento di dire: dobbiamo fermarci. Interrompere il dialogo è stato un errore gravissimo. Dobbiamo tornare (noi e gli americani, ndr) alle nostre priorità che sono il disarmo nucleare, la lotta al terrorismo e la prevenzione dei disastri ambientali globali. Di fronte a queste sfide tutto il resto è secondario”. Parole sagge che tuttavia potrebbero perdersi nel crescendo cacofonico di un dibattito politico, indubbiamente reso ancora più incandescente dai toni di un’imbarazzante dialettica preelettorale negli Stati Uniti, e che rischia di mettere a repentaglio la stabilità mondiale se i responsabili politici di Mosca e di Washington non decideranno, rapidamente, di venire a più miti consigli.