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Le ultime stragi e sparatorie a Seattle e Baltimora pongono i soliti interrogativi sul diritto alle armi in USA. Ma il problema è culturale

Seattle sparatoria Burlington

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Riproponiamo un’analisi sul problema delle armi negli Stati Uniti a seguito delle ultime stragi e sparatorie a Seattle (5 morti in un centro commerciale a Burlington, fermato un immigrato turco di 20 anni) e Baltimora (tre persone hanno aperto il fuoco in strada ferendo 8 persone tra cui un bambino). Un articolo pubblicato oltre un anno fa, ma oggi più che mai attuale nel vivo della campagna elettorale per il voto presidenziale dell’8 novembre e alla luce degli ultimi attacchi legati al terrorismo di matrice islamica avvenuti a New York, in New Jersey e Minnesota. 

 

di Luciano Tirinnanzi

C’è poco da stupirsi dell’ennesima strage a sfondo razziale che ha insanguinato ieri Charleston: gli americani sono abituati agli scontri a fuoco e ai morti ammazzati. Ecco una riflessione pubblicata su Lookout News nel maggio del 2013 e più che mai attuale a due anni di distanza.

 

Nonostante l’orrore, gli statunitensi continuano a credere che sia sacrosanto possedere armi. Perché questo principio rientra nella loro natura antropologica, prima ancora che nella loro storia. Ma questo non siamo noi a dirlo, ovviamente. Sono l’ILA e la NRA.

 

L’ILA, Istitute for Legislative Action (Istituto per azione legislativa), è la lobby che agisce sulla politica americana per conto della National Rifle Association o NRA, associazione che a sua volta opera sin dal 1871 per favorire l’industria delle armi in America. E agisce comprando voti nel Congresso americano e all’interno degli “Stati dell’Unione”. Il tutto, ovviamente, sotto l’ombrello del Secondo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, dove esso recita: “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto delle persone di detenere e portare armi”.

 

Ora, poco importa che quell’emendamento risalga al 1791, che non sia chiarissimo e che la sua interpretazione sia stata dibattuta ancora fino al 2008, quando una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che possedere armi è un diritto, sconfessando un divieto in vigore solo a Washington. Quelle parole riflettono direttamente non solo la volontà dei quasi quattro milioni di membri dell’NRA (numero in costante crescita) che intendono possedere armi, ma anche quel senso di insicurezza che da sempre vivono gli americani e che l’NRA pungola continuamente e che coltiva con vera tenacia.

 

Police lead suspected shooter Dylann Roof into the courthouse in Shelby, North Carolina

Dylann Roof, il ragazzo di 21 anni che il 17 giugno ha aperto il fuoco in una chiesa della comunità afroamericana di Charleston, nel sud degli USA, uccidendo 9 persone

 

L’aspetto culturale del problema

Anche se serve moltissimo, però, non basta una lobby per mantenere in vita l’idea che possedere armi sia giusto. E non è neanche nel milionario business delle armi il centro di tutto. Perché non sono le pistole né i fucili il “business” di per sé: affinché l’NRA e i costruttori di armi da fuoco ottengano dei guadagni, infatti, non serve solo che esse esistano, serve molto di più che esse sparino (è triste scoprilo ma i veri numeri da capogiro, sono relativi proprio alle munizioni).

 

Allora è tutta l’antropologia culturale americana “Bang Bang Kiss Kiss” ad essere imputata. Perché è costruita su valori che non escludono il ricorso alla violenza nelle relazioni sociali e perché in questo bacino antropologico viene consentita e coltivata la diffusione praticamente indiscriminata degli strumenti di offesa. Pensiamo solo alla filmografia hollywoodiana e televisiva, impregnate di violenza senza soluzione di continuità. Un dettaglio, certo. Una goccia nel mare, forse. Ma è anche in quella violenza – che solo saltuariamente viene presentata con contorni negativi – che spesso si forma un modello positivo. Prendiamo un film a caso: ricordate Kill Bill? Dove Uma Thurman, per la sete di vendetta, pur rappresentando un personaggio “positivo”, compie un vero e proprio bagno di sangue? Ora confrontiamolo, solo per divertimento, con il più europeo Conte di Montecristo: anche quel romanzo affronta il tema della vendetta ma il bisogno di vendicarsi del protagonista è rappresentato piuttosto guardando alla rovina economica, sociale e politica di una persona. E non alla morte in quanto riparatrice di torti. Dunque, è l’archetipo il problema.

 

Danny Mangione, 9, of Louisville, Kentucky takes aim at a target shooting booth sponsored by the National Rifle Association, at the Conservative Political Action Conference (CPAC) in Oxon Hill

 

Gli americani e il rapporto con le armi

In questo quadro, non ci si può più stupire del ricorso alle armi quando la tensione e il disagio individuali superano i livelli di guardia, e fatti come quello della parata per la Festa della Mamma sono destinati a ripetersi, vuoi per emulazione vuoi per la possibilità di farlo. Luigi Preiti ha sparato il 28 aprile contro due carabinieri in servizio di guardia a Palazzo Chigi usando un’arma comperata illegalmente sul mercato clandestino, con il numero di matricola punzonato. Quindi, comperata superando evidenti difficoltà e compiendo già un reato. Non è difficile immaginare che se avesse potuto comperare in armeria un fucile mitragliatore esibendo solo la patente di guida, forse avrebbe colpito anche prima e con più efficacia letale.

 

Un altro esempio del rapporto degli americani con le armi? I droni, che sono la quintessenza statuale della pistola in mano al privato cittadino e la nuova arma con cui l’America oggi vuole mantenere il primato militare nel mondo. Arma usata con la stessa disinvoltura con la quale nel far west si eliminavano i Comanche.

 

Insomma, l’imputato resta l’antropologia culturale della violenza: qual è l’unico capo di governo di una democrazia occidentale che tutte le sere firma le condanne a morte di terroristi da uccidere con i droni a distanze siderali? Si chiama Barack Obama ed è il presidente degli Stati Uniti.

Oltrefrontiera su Panorama.it

(articolo pubblicato il 19 giugno 2015)