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Il grande giorno della kermesse elettorale delle presidenziali USA potrebbe già incoronare i due grandi competitor per la Casa Bianca. Ma la strada resta lunga per tutti

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di Alfredo Mantici

Il sistema politico americano nell’immaginario collettivo di noi europei sembra semplice, ma lo è solo in superficie. Lungi dall’essere basata su un banale sistema elettorale uninominale “secco”, la legge che porterà a novembre all’elezione del successore di Barack Obama prevede passaggi intermedi, come le primarie, nei quali l’elettore non vota direttamente il candidato presidente ma, con un complicato sistema misto – in alcuni stati col proporzionale e in altri con l’uninominale – seleziona dei delegati di partito che poi in base al mandato ricevuto dovranno nelle convention finali di agosto esprimere il voto definitivo sul candidato alla presidenza della repubblica.

 

Come detto, a complicare ulteriormente le cose ci si mettono le legislazioni statali: infatti, in alcuni stati i delegati vengono selezionati col sistema proporzionale mentre in altri vige la regola del “sink or swim” (“affoga o nuota”) per cui, col maggioritario, il candidato che vince anche di un solo voto si assicura tutti i delegati della stato.

 

Oggi, 1 marzo, è un giorno particolare perché a differenza di quanto accaduto nelle scorse settimane quando le primarie si sono tenute in singoli stati in giorni diversi, in una grande kermesse elettorale gli elettori iscritti alle liste elettorali del partito democratico o del partito repubblicano si recheranno alle urne per votare i loro delegati contemporaneamente in 12 stati (Alabama, Arkansas, Georgia, Massachussets, Minnesota, Oklahoma, Tennessee, Texas, Vermont, Virginia, Alaska e Colorado) e in un “territorio”, quello delle Isole Samoa.

 

La metà degli stati appartiene al “profondo sud” americano e questo aggiunge al Supertuesday un valore di voto particolare perché gli stati del sud, che ancora non hanno superato il trauma della guerra civile, tendono a votare in modo compatto per candidati conservatori e comunque lontani dall’ideologia liberal degli stati del nord est. Insomma già da stasera si dovrebbe capire se la tendenza di molti elettori del sud volge verso i candidati progressisti o verso quelli conservatori e tradizionalisti.

 

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Le origini del Super Tuesday

Fino al 1988 le primarie si svolgevano stato per stato. Da quella data si è deciso di concentrare il voto nel “super martedì” in un quinto degli stati della federazione per “costringere”, a metà della campagna elettorale, i candidati ad affrontarsi su temi di grande respiro e di interesse nazionale. Prima, infatti, gli aspiranti presidenti per accaparrarsi i voti locali tendevano a privilegiare temi di particolare interesse locale degli elettori dei singoli stati (giocando spregiudicatamente a presentarsi come conservatori negli stati più tradizionalisti e come progressisti nei collegi più liberal), evitando ove possibile le trappole del dibattito sui grandi temi di politica nazionale e internazionale. Col “Super Tuesday”, durante il quale vengono eletti 661 delegati repubblicani e 865 delegati democratici, tutti i candidati debbono in un solo giorno parlare idealmente a tutta la nazione.

 

Dodici stati su 51 forse non sono sufficienti per stabilire in anticipo in modo definitivo quali saranno i due candidati alle presidenziali di novembre ( basti pensare che nel 2008 sia Hillary Clinton che Barack Obama si dichiararono vincitori), ma il “Super Tuesday” resta fin dalla sua istituzione un formidabile indicatore della tendenza generale e delle preferenze di massima dell’elettorato americano.

 

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I favoriti: Trump e Clinton

Le primarie che si sono tenute fino a oggi indicano una prevalenza di Donald Trump in campo repubblicano e di Hillary Clinton nel partito democratico. Ma i giochi sono tutt’altro che fatti. Anche se il repubblicano riuscisse a guadagnare tutti i 661 delegati che gli spettano mancano ancora molti voti per raggiungere la cifra di 1237 grandi elettori necessari per assicurarsi la nomination. Hillary, invece, ha a disposizione teoricamente 865 delegati ma per concorrere alla presidenza ha bisogno di 2383 voti “pesanti”.

 

Trump, che corteggia l’elettorato del sud – tradizionalista, conservatore e tradizionalmente democratico – con citazioni mussoliniane e una prosa muscolare, se la deve ancora vedere sia con i suoi concorrenti diretti, come Ted Cruz e Marco Rubio molto forti negli stati meridionali, sia con una crescente fronda nel suo partito che mal sopporta il linguaggio e la rozza ideologia di cui è portatore. L’ostilità crescente di larghi settori repubblicani è testimoniata dalla recentissima presa di posizione del Boston Globe, testata di solide e storiche tradizioni repubblicane, che ha invitato gli elettori del “Grand Old Party” a voltare le spalle allo spregiudicato imprenditore e a votare democratico, pur di scongiurare la sua ascesa alla Casa Bianca.

 

La Clinton, pur essendo di solide tradizioni democratiche e “sudiste”, per battere Bernie Sanders deve far dimenticare all’elettorato conservatore i suoi atteggiamenti liberal e le sue defaillances in politica estera in qualità di (discutibile) Segretario di Stato della prima amministrazione Obama. Insomma, anche dopo la Kermesse del “martedì grosso” americano, i giochi saranno tutt’altro che conclusi.