VENEZUELA -

A Caracas la Guardia Nazionale e gruppi paramilitari reprimono le manifestazioni antigovernative. All’ombra della crisi il tentativo di Maduro di scavalcare gli USA e cedere quote della compagnia petrolifera di stato alla russa Rosneft

VENEZUELA SCONTRI

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di Rocco Bellantone

 

Nel tentativo di inquadrare l’ultima settimana di “ordinaria follia” del Venezuela è necessario partire da un assunto. Dietro l’attuale crisi politica, degenerata negli ultimi giorni in violenti scontri a Caracas, covano gli interessi di Stati Uniti e Russia, in corsa per accaparrarsi al miglior prezzo l’unica grande ricchezza rimasta a questo Paese disastrato, vale a dire il petrolio.

 

Partiamo però dai fatti degli ultimi giorni. Il 30 marzo la Corte suprema esautora l’Assemblea Nazionale dei suoi poteri, portando i deputati dell’opposizione, in maggioranza in parlamento, a denunciare un colpo di stato orchestrato dal presidente Nicolas Maduro. Il primo aprile la stessa Corte suprema, di fronte alle critiche piovute addosso al governo da tutto il mondo, è costretta a ritirare la sentenza con un intervento diretto del procuratore generale Luisa Ortega Diaz. All’opposizione però non basta e il 4 aprile decide di indire una protesta di massa a Caracas per chiedere la destituzione dei 7 giudici della Corte suprema. Nelle ultime 48 ore gli scontri, con gli agenti della Guardia Nazionale e gruppi di paramilitari chavisti (i cosiddetti colectivos) che sparano proiettili di gomma e lanciano gas lacrimogeni contro i manifestanti che tentano di avanzare verso la sede dell’Assemblea Nazionale, e i sostenitori dell’opposizione che reagiscono alle cariche issando barricate e lanciando pietre.

 

CARACAS SCONTRI

 

Tra la folla, a guidare la marcia al momento della stretta delle forze di sicurezza, sono presenti il leader della principale forza di opposizione MUD (Mesa de Unidad Democratica) Henrique Capriles Radonski e l’ex deputata María Corina Machado, fondatrice del movimento antigovernativo Vente Venezuela. Entrambi hanno denunciato la repressione ordinata dal governo e dichiarato che non intendono più collaborare con Maduro, con il quale negli ultimi mesi sono stati portati avanti degli inconcludenti negoziati per indire un referendum sulla revoca del suo mandato.

 

Sull’effettivo bilancio dei tafferugli le certezze sono limitate considerato che la maggior parte dei canali televisivi venezuelani, compresa l’emittente pubblica Venezolana de Televisión, hanno trasmesso poche notizie su quanto accaduto spostando i riflettori su una manifestazione a sostegno del governo organizzata nelle stesse ore e svoltasi senza incidenti. Per ora si sa di circa venti feriti, tra cui almeno 8-10 manifestanti lambiti da colpi di arma da fuoco.

 

Nonostante la ferma presa di posizione delle opposizioni, è difficile che il blocco antigovernativo otterrà il licenziamento dei giudici della Corte suprema. La Costituzione venezuelana prevede infatti che il parlamento possa rimuovere queste figure solo se c’è l’approvazione del Consejo Moral Republicano (Consiglio Morale Repubblicano), del Fiscal General de la República (Procura Generale della Repubblica) e del Defensor del Pueblo (Difensore del Popolo). Escluso il parere favorevole al parlamento espresso dal procuratore generale Luisa Ortega Diaz, gli altri organismi che dovranno pronunciarsi sono invece saldamente sotto il controllo di Maduro.

 

La strategia di Maduro

Finito nuovamente nel mirino delle critiche, il presidente continua a puntare sulla strategia che in questi tribolati anni alla guida del Venezuela del dopo Chavez gli ha permesso di rimanere al potere. Maduro alterna interventi moderati ad accuse pesanti. Da una parte invita al dialogo le opposizioni, vantando il sostegno alla sua iniziativa offerto da figure illustri come l’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, l’ex presidente di Panama Martín Torrijos e l’ex presidente della Repubblica Dominicana Leonel Fernández. Dall’altro non perde occasione per scagliarsi contro chi, dall’estero, starebbe tentando a suo dire di destabilizzare il Venezuela.

 

Venezuela's President Nicolas Maduro(Il presidente venezuelano Nicolas Maduro) 

 

L’ultimo attacco diplomatico, in ordine di tempo, è stato indirizzato all’Organizzazione degli Stati americani (OAS). Con una risoluzione approvata a netta maggioranza, i paesi membri dell’OAS hanno chiesto al governo venezuelano di ripristinare la separazione dei poteri e restituire all’Assemblea Nazionale piene funzioni, azione che ha contribuito a spingere la Corte suprema venezuelana al passo indietro del primo aprile. Una mossa che Maduro ha definito «un assedio al Venezuela» portato avanti da un «tribunale dell’inquisizione».

 

L’accordo con Rosneft

Questi i fatti salienti degli ultimi giorni. Per capire però qual è la ragione alla base di queste tensioni, come detto bisogna indagare sugli interessi legati al petrolio venezuelano. Una risorsa che fa gola a tanti, a cominciare da Stati Uniti e Russia. Impossibilitato a pagare i debiti contratti con paesi e società estere a causa del crollo del prezzo del greggio (-10% della produzione nel 2016), Maduro sta cercando di raggiungere un accordo con il colosso energetico russo Rosneft. Per farlo, la settimana scorsa ha ottenuto dalla Corte suprema l’autorizzazione per apportare modifiche ai contratti in vigore che regolano le joint venture della compagnia di stato Petroleos de Venezuela (PDVSA) e delle sue controllate con società straniere senza dover passare per il voto del parlamento dove il suo partito, il Partito Socialista Unito di Venezuela, è in minoranza.

 

ORINOCO GIACIMENTO PETROLIO(Il giacimento di petrolio di Orinoco)

 

Nel 2016 Rosneft aveva già raggiunto con PDVSA un’intesa per acquistare fino al 40% delle quote di una sua controllata, la Petromonagas. Adesso in discussione c’è un nuovo accordo in base al quale, come spiegato dall’agenzia Reuters, PDVSA offrirebbe a Rosneft una quota del 10% di Petropiar, joint venture nel maxi giacimento di petrolio situato lungo il fiume Orinoco (considerato la più grande riserva al mondo di idrocarburi pesanti) dove al momento a detenere quote del 30% è l’americana Chevron.

 

Come era prevedibile, il piano di Maduro è stato contrastato dall’opposizione che ha denunciato un’aperta violazione della Costituzione, in quanto la Carta prevede che qualsiasi cessione di proprietà dello stato debba essere approvata dal parlamento. Un ostruzionismo a cui Maduro ha risposto dando mandato alla Corte suprema di esautorare l’Assemblea nazionale dei suoi poteri. Il resto è storia delle ultime 48 ore, con gli scontri che non accennano a placarsi e un interrogativo che tutti si pongono nel seguire le notizie che arrivano da questo paese: per quanto tempo potrà ancora andare avanti così il Venezuela?