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L’irruzione dei chavisti nell’Assemblea Nazionale nel giorno dell’anniversario dell’indipendenza è lo specchio di un Paese a pezzi. Se il presidente perde l’appoggio delle forze armate, il suo governo avrà le ore contate

VENEZUELA ASSALTO PARLAMENTO

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di Rocco Bellantone

In Venezuela i palazzi delle istituzioni sono ormai in balia della violenza del popolo. Dopo lo scenico attacco in elicottero effettuato lo scorso 28 giugno dal poliziotto “dissidente” Oscar Perez contro la Corte Suprema e il ministero degli Interni, il 5 luglio teatro di violenti scontri è stata la sede dell’Assemblea Nazionale.

 

Durante le celebrazioni del 206esimo anniversario dell’indipendenza del Paese, datata 5 luglio 1811, centinaia di chavisti hanno fatto irruzione nel parlamento malmenando con bastoni e tubi di ferro deputati dell’opposizione, giornalisti e visitatori. Il tutto è avvenuto sotto lo sguardo impassibile dei poliziotti della Guardia Nazionale.

 

L’Assemblea Nazionale non è stata scelta per caso. Dalle elezioni legislative del dicembre 2015 è infatti guidata dal fronte delle opposizioni capeggiato dal leader del MUD (Mesa de Unidad Democratica) Henrique Capriles Radonski. È in questa sede istituzionale, una delle principali del Paese, che negli ultimi mesi le opposizioni hanno tentato di far passare un referendum per consentire al popolo di pronunciarsi sulla destituzione del presidente Nicolas Maduro. Come era prevedibile, il tentativo è fallito con il presidente che ha utilizzato ogni potere in suo possesso per far ingolfare l’iter.

 

VENEZUELA PARLAMENTO ASSALTO(Caracas, 5 luglio 2017: scontri all’esterno dell’Assemblea Nazionale)

 

Dal 30 marzo, giorno in cui la Corte Suprema ha esautorato l’Assemblea Nazionale dei suoi poteri, negli scontri tra manifestanti da una parte e forze di sicurezza e paramilitari chavisti (i cosiddetti colectivos) dall’altra ci sono stati oltre 90 morti. Secondo diversi testimoni, proprio i colectivos sarebbero stati in prima linea nell’irruzione di ieri in parlamento, con il vicepresidente Tareck El Aissami, il capo delle forze armate Vladimir Padrino López e alcuni ministri ad aizzare i chavisti contro i rappresentanti delle opposizioni.

 

Come già accaduto in diverse altre occasioni negli ultimi mesi, è stato il vicepresidente – ricercato dagli Stati Uniti per i suoi collegamenti con ambienti del narcotraffico internazionale – a fare il “lavoro sporco”, mentre il presidente presenziava una parata militare organizzata sempre a Caracas.

 

Gli avversari di Maduro

Sullo sfondo dell’assalto al parlamento del 5 luglio, in Venezuela hanno fatto notizie altre due figure. La prima è quella del procuratore generale Luisa Ortega Díaz, finita nel mirino della Corte Suprema – in mano ai giudici allineati al governo – per essersi opposta in questi mesi ai ripetuti tentativi di “golpe istituzionale” perseguiti dal presidente. La sua notorietà è aumentata in modo esponenziale in patria e all’estero, tanto da farne la vera paladina delle opposizioni venezuelane. Maduro ne è consapevole, e per questo motivo sta cercando di demansionarla e screditarne l’immagine.

 

Oscar Perez(Oscar Perez)

 

L’altra figura al centro dell’attenzione in Venezuela è quella di Oscar Perez. Una settimana dopo il lancio di granate contro la Corte Suprema e il ministero degli Interni, il poliziotto è riapparso in un video annunciando una «fase due» del suo progetto di rivolta. Rilanciando lo slogan “Libertà 350”, riferito all’articolo 350 della Costituzione che autorizza i cittadini a ribellarsi contro qualsiasi autorità che comprometta l’ordine democratico, Perez ha promesso nuove azioni eclatanti dichiarando che all’interno delle stesse forze armate sono in molti a essere pronti a rivoltarsi contro il presidente.

 

Gli arresti dei militari

La versione secondo cui vi sarebbero dei malumori crescenti tra i militari venezuelani non è campata in aria. Secondo l’agenzia Reuters, dall’inizio delle proteste anti-governative sono stati oltre 120 i membri delle forze armate a essere stati arrestati: 30 per diserzione, 40 per insubordinazione o tradimento, il resto per aver commesso dei furti. Tra i detenuti vi sono ufficiali e militari di medio e basso rango dell’esercito, della marina, dell’aeronautica e della Guardia Nazionale. Di questi, circa 90 si troverebbero nella prigione Ramo Verde vicino a Caracas, dove è detenuto anche l’oppositore Leopoldo López. Altri 25 sono in un carcere a Pica, nella città nord-orientale di Maturin. Altri dieci sono a Santa Ana, nello stato occidentale di Tachira, vicino al confine con la Colombia.

 

Questi arresti sono un segnale inequivocabile del diffuso malcontento all’interno delle forze armate, dovuto principalmente però non tanto a un vero e proprio dissenso verso la repressione esercitata dal governo, quanto piuttosto ai salari bassissimi, pari a circa 12,50 dollari al mese per i soldati semplici.

 

Più volte in questi mesi i leader delle opposizioni si sono rivolti ai militari affinché abbandonino il governo e si schierino al fianco del popolo venezuelano. Finora il loro appello è caduto nel vuoto. Ma non è affatto da escludere che con il peggiorare della situazione economica gli ufficiali possano alla fine optare per sacrificare il presidente. Se Maduro non verrà incontro alle loro richieste – aumentando i salari e concedendo altri privilegi agli uomini chiave che finora gli sono stati fedeli – finirà per trovarseli contro all’improvviso. Sarà allora che sarà segnata definitivamente la sua ora.