VENEZUELA -

Del sogno antimperialista di Hugo Chavez oggi non rimangono che vaghi ricordi. Le tensioni politiche, il disagio sociale e il blocco del prezzo del petrolio stanno trascinando il Paese in una crisi senza via d’uscita

Bolivar

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di Filippo Romeo

 

Dal 2013 il Venezuela si trova a dover fronteggiare una drammatica situazione economica, politica e sociale. Mobilitazioni interne, disordini, omicidi mirati, speculazioni economiche, iperinflazione e carenza di generi alimentari hanno fatto precipitare il Paese nel caos; una condizione resa ancora più preoccupante dal persistere di una terribile crisi economica e finanziaria che potrebbe portarlo nel giro di poco tempo sul lastrico.

 

L’eredità di Chavez

Questa situazione, certamente imputabile a più fattori, affonda le sue radici negli anni di governo di Hugo Chávez. Se è infatti innegabile che il caudillo abbia dato un volto del tutto nuovo alla Repubblica Bolivariana del Venezuela, intervenendo in modo drastico e rivoluzionario sia sulle questioni interne che su quelle internazionali, permettendo al Paese di contendersi con il Brasile la leadership regionale, di certo non si può negare che la sua politica abbia lasciato irrisolte molte questioni cruciali.

 

Con la sua morte, avvenuta il 5 marzo del 2013, Chávez ha lasciato in eredità al suo delfino e attuale presidente Nicolas Maduro l’ardua incombenza di far fronte a serie questioni come l’aumento vertiginoso dell’inflazione, la criminalità che ha registrato negli ultimi anni un aumento del tasso degli omicidi di ben il 14% e, da ultimo, ma non certo per importanza, l’eccessiva dipendenza del Paese dalle risorse petrolifere. Il processo di diversificazione economica, che avrebbe consentito al Venezuela di ridurre sensibilmente l’indice di dipendenza dalle esportazioni di petrolio – attualmente al 95% – non è infatti mai stato avviato in modo strutturato nei quattordici anni di governo chavista (1999-2013).

 

Caracas
(Caracas, un murales ricorda il padre della Rivoluzione Bolivariana Hugo Chavez)

 

Questo stato di cose, secondo il parere dell’italo-venezuelano Alberto Sottilo, esponente politico dell’opposizione e membro del movimento di ispirazione liberale Vente Venezuela, da giugno trasferitosi in Italia a seguito di minacce e atti intimidatori, “è anche frutto dell’eccesivo potere acquisito da parte dei militari che con il passare del tempo sono riusciti a occupare posti chiave all’interno dell’apparato statale inficiandone il buon funzionamento e basando il mantenimento della loro posizione sulla violenza, la prevaricazione, l’uso della forza, il controllo e la gestione del narcotraffico”.

 

Con riferimento a quest’ultimo aspetto, secondo Sottilo “fondamentale è stato il rapporto intessuto con le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) che ha permesso loro di assumere un ruolo fondamentale per far fuoriuscire la droga dalla confinante Colombia facendo così del territorio venezuelano una rotta privilegiata per il narcotraffico”.

 

Gli errori del presidente Maduro

Dopo la morte di Chavez, Maduro ha vinto le elezioni presidenziali dell’aprile 2013 con un vantaggio risicato, battendo lo sfidante Henrique Capriles con il 50,66 % contro il 49,07% del suo avversario. Il 6 dicembre del 2015 la compagine chavista PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela) ha subito una pesante sconfitta alle elezioni parlamentari, in cui l’opposizione guidata dalla MUD (Mesa de la Unidad) ha ottenuto il 65,27% dei consensi aggiudicandosi così il controllo del parlamento. Ulteriori difficoltà del mandato presidenziale di Nicolas Maduro sono state altresì determinate anche dalla pericolosa oscillazione dei prezzi del greggio. A ciò si sono aggiunti una serie di suoi errori, tra cui la decisione, una volta conquistata la presidenza, di allontanare molti dei principali e più stretti collaboratori di Chávez. Scelta che ha inevitabilmente determinato un cambio della linea politica precedente, soprattutto in campo economico.

La crisi dei socialismi in Centro e Sud America

Va inoltre evidenziato che gli attuali fattori di crisi venezuelana scontano anche gli effetti degli equilibri regionali e del ruolo che la Rivoluzione Bolivariana ha segnato all’interno degli stessi, generando un blocco geopolitico che puntava ad avere una propria autonomia politica ed economica a scapito degli Stati Uniti, che per anni avevano considerato il Venezuela – così come buona parte degli altri Paesi del Centro e Sud America – il proprio “cortile di casa”. Questo blocco, su cui il Venezuela faceva perno, è entrato in crisi per via di fattori endogeni ed esogeni, determinando un cambio di passo da parte dei suoi maggiori protagonisti, vale a dire Brasile, Argentina e Cuba. Quelle forze politiche che spingevano per ottenere maggiori margini di manovra rispetto allo storico condizionamento statunitense negli ultimi anni hanno gradualmente perso la propria influenza, come in Brasile o Argentina, o si sono dovute lentamente arrendere alla necessità di fare affari con Washington per continuare a sopravvivere, come Cuba.

 

Nicolas Maduro(15 dicembre 2016: Maduro parla a L’Avana a poche settimane dalla scomparsa di Fidel Castro)

 

Risulta a tal riguardo indicativa la recente scelta del MERCOSUR (Mercado Común del Sur), di cui fa parte anche il Venezuela, di sospendere il governo di Caracas dall’organizzazione per non avere adempiuto agli obblighi previsti dal protocollo di adesione.

 

Il nodo del referendum

Ciò spiega la ragione per cui Maduro si sia trovato in poco tempo indebolito sul piano delle alleanze regionali; un indebolimento che sta patendo anche internamente al Paese in cui crescono in maniera sempre maggiore pesanti contestazioni al suo governo. In particolare, l’opposizione si sta battendo con forza per far cadere il presidente e il suo governo invocando l’operatività di una disposizione della Costituzione che riconosce alle forze di minoranza il diritto di proporre a metà del mandato presidenziale – scattato ad aprile 2016 – l’indizione di una consultazione per la revoca del presidente in carica.

 

A parere di Sottilo “l’intento di Maduro sarebbe di guadagnare del tempo al fine di protrarre tale situazione fino al 10 gennaio 2017”. A partire da tale data, infatti, decorrerebbero due anni esatti dalla fine del mandato e ciò consentirebbe di far ricorso a un’altra norma costituzionale la quale prevede che due anni prima della scadenza del mandato presidenziale, nel caso in cui il presidente non potesse continuare a svolgere l’incarico, la carica possa essere assunta dal suo vice. Motivo per cui qualora il referendum dovesse tenersi dopo il 10 gennaio prossimo – cosa ormai sempre più probabile – l’eventuale quanto scontata vittoria della compagine dell’opposizione, pur facendo uscire di scena Maduro, non andrebbe di fatto a scalfire l’attuale sistema politico.