VENEZUELA -

Con gli arresti dei leader dell’opposizione López e Ledezma il governo venezuelano svela al mondo il suo volto autoritario. Nelle forze armate cresce il dissenso nei confronti del presidente Maduro

Venezuela_esercito

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di Maria Zuppello

 

«Non ci arrenderemo». Risuonano profetiche adesso le parole registrate in un video da Leopoldo López, uno dei leader dell’opposizione agli arresti domiciliari nella sua casa di Caracas, dove per motivi di salute stava scontando una condanna a 13 anni di detenzione. Il primo agosto, poche ore dopo la trasmissione di quel filmato, López è stato prelevato e portato via dalla sua abitazione dalla Sebin, la temuta polizia segreta venezuelana. Oltre a lui ha fatto la stessa fine Antonio Ledezma, 62 anni, leader dell’Alianza Bravo Pueblo (ABP) ed ex sindaco di Caracas, agli arresti domiciliari dal 2015, sempre per ragioni di salute.

 

La motivazione con cui la Corte Suprema venezuelana ha preso la decisione di trasferire nuovamente i due esponenti dell’opposizione venezuelana in carcere sarebbe stata quella di evitarne l’imminente fuga. Ma appare evidente che dopo il precipitare degli eventi con il voto farsa del 30 luglio scorso, indetto per eleggere la nuova Assemblea Costituente, de facto il governo venezuelano sta agendo come una dittatura, con modalità e azioni che di democratico non hanno ormai più nulla. Scene come quella della cattura nel cuore della notte di López e Ledezma evocano arresti simili in altre dittature, vicine anche geograficamente, come per esempio quella cubana.

 

Leopoldo López

(Il leader dell’opposizione Leopoldo López)

 

I numeri della repressione

Le cifre della repressione governativa parlano chiaro: 142 i morti, 20mila feriti, 8mila arresti, oltre 600 prigionieri politici a partire dall’inizio di aprile, quando l’opposizione ha cominciato a farsi pesantemente sentire in strada per chiedere un vero cambiamento, politico ma soprattutto economico. Il Paese è allo stremo, il cambio monetario totalmente fuori controllo, il che rende il costo della vita impossibile ai più, con cibo e medicinali che scarseggiano di giorno in giorno. Una vera e propria emergenza umanitaria che ha mostrato chiaramente il suo volto nelle barricate del voto. Caracas si è trasformata nel luogo simbolo della resistenza, con giovani coraggiosi che a colpi di pietre si proteggono dai gas lacrimogeni e dagli spari della polizia bolivariana.

 

An injured demonstrators is been helped by another protester after clashing with riot police during the so-called "mother of all marches" against Venezuela's President Maduro in Caracas

(Scontri a Caracas)

 

La reazione di USA, America Latina e UE

Dopo mesi di silenzio, il mondo sta finalmente aprendo gli occhi sul dramma che questo Paese sta attraversando. Tantissimi gli Stati che non hanno riconosciuto l’esito delle elezioni per l’Assemblea Costituente. In primis gli Stati Uniti, che hanno dichiarato di voler stringere con un’ulteriore morsa di sanzioni il governo del presidente Nicolas Maduro. Ogni asset posseduto o riconducibile al presidente negli USA sarà congelato. Perché «le elezioni illegittime in Venezuela confermano che Maduro è un dittatore», ha dichiarato il segretario al Tesoro statunintense Steven Mnuchin.

 

Alla presa di posizione degli Stati Uniti è seguita quella di Brasile e Colombia, che pure con Maduro in passato sono stati in buoni rapporti. Dopo è stata la volta dell’Unione Europea fino ad arrivare all’Italia. Non va dimenticato che quasi due milioni di nostri connazionali sono residenti in Venezuela.

 

Venezuela's President Nicolas Maduro

(Il presidente venezualeno Nicolas Maduro)

 

Maduro, dal canto suo, sembra non scomporsi. Continua a gridare al «nemico yankee imperialista» e a negare ogni evidenza, sostenendo che a votare siano andati in 8 milioni il 30 luglio, ovvero il 41% degli aventi diritto. Mentre per l’opposizione le cifre sarebbero ben altre: solo 2,5 milioni di venezuelani, con un’astensione dell’88%. Il presidente, insomma, non intende rinunciare ai suoi piani, costi quel che costi. Il suo obiettivo non è riscrivere la Costituzione venezuelana, ma usare tutti i poteri nelle sue facoltà per impedire ai candidati di opposizione di correre alle elezioni regionali del prossimo dicembre, quando i venezuelani saranno chiamati di nuovo alle urne per eleggere governatori e assemblee locali, a meno che i loro partiti non negozino col governo la fine delle ostilità.

 

L’ora dei militari

Quale via d’uscita dunque per il Venezuela per scongiurare la catastrofe umanitaria? Secondo gli esperti una soluzione plausibile potrebbe essere una sorta di golpe interno, un colpo di stato portato avanti dai militari, tra i quali si registra da tempo una profonda spaccatura. Da un lato i vertici, collusi con il governo e con il narcotraffico; dall’altro i soldati semplici, espressione di quella popolazione di classe medio-bassa stanca delle condizioni economiche in cui il Paese è precipitato nell’indifferenza della comunità internazionale.