GUYANA -

La scoperta di un giacimento di petrolio offshore al largo delle coste dei due Paesi torna ad alimenta vecchie tensioni che risalgono alla fine dell’Ottocento

Venezuela's President Nicolas Maduro speaks during his weekly broadcast "en contacto con Maduro" (In contact with Maduro) at the Miraflores Palace in Caracas

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È bastata la scoperta di un nuovo giacimento di petrolio offshore in un’area contesa dell’Oceano Atlantico per scatenare una nuova disputa tra i governi di Venezuela e Guyana. Il 20 maggio ExxonMobil ha annunciato di aver individuato pozzi petroliferi in un’area denominata Stabroek Block, situata circa 190 chilometri al largo delle coste della Guyana, dove la società energetica americana sta effettuando esplorazioni a seguito di una licenza concessa da parte del governo della Guyana.

 

La notizia non poteva che provocare la reazione del governo venezuelano. Il giacimento è situato infatti a ovest del fiume Essequibo, che delimita i confini della regione di Guyana Esequiba. In Guayana l’intera area è conosciuta come “Territorio Essequibo”. Essa costituisce i due terzi di tutto il territorio nazionale della Guyana, comprendendo le regioni di Barima-Waini, Cuyuni-Mazaruni, Pomeroon-Supenaam, Potaro-Siparuni, Alto Takutu-Alto Essequibo, la parte occidentale della regione di Islas Essequibo-Demerara Occidental e altre divisioni amministrative.

 

La storia della contesa e la reazione di Caracas

Il Venezuela rivendica la sovranità su queste terre dalla fine dell’Ottocento e ancora oggi continua a definire l’area “Zona en Reclamación”. La storia di questa contesa risale per l’esattezza al 1899, anno in cui un tribunale nominato dagli Stati Uniti per esprimersi sulla questione decretò che il territorio a ovest del fiume Essequibo doveva andare alla Gran Bretagna, all’epoca Paese colonizzatore della Guyana. Il Venezuela non riconobbe però la validità di quella decisione, denunciando la mancata convocazione di suoi rappresentanti al momento della sentenza dei giudici. In base all’Accordo di Ginevra del 1966 firmato dai governi del Venezuela e della Guyana (nel frattempo diventata uno Stato indipendente), è stata formata una commissione mista per concordare una soluzione condivisa. Soluzione che però a cinquant’anni di distanza non è stata trovata.

 

Venezuela-y-Guyana-infografia

 

Una settimana dopo l’annuncio di ExxonMobil, il governo venezuelano ha colto l’occasione per tornare a rivendicare la sovranità sull’area. Il presidente Nicolas Maduro ha emanato un decreto presidenziale con l’obiettivo di fermare le esplorazioni petrolifere di ExxonMobil. Maduro ha inoltre lanciato accuse di corruzione nei confronti dei dirigenti della compagnia americana, con cui il governo venezuelano è ai ferri corti da quando nel 2007 l’ex presidente Hugo Chavez nazionalizzò il settore energetico espropriando gli impianti della compagnia (lo scorso anno un tribunale arbitrale internazionale ha stabilito che per quegli espropri il Venezuela dovrà pagare a ExxonMobil un risarcimento di 1,6 miliardi di dollari). Dopo Maduro a parlare è stato anche il ministro degli Esteri del Venezuela, Delcy Rodriguez, che ha definito l’esplorazione di ExxonMobil “una pericolosa provocazione politica”, puntando indirettamente il dito contro Washington.

 

La reazione del governo della Guyana non si è fatta attendere. Il nuovo presidente, David Granger, ha definito la mossa di Maduro una “violazione del diritto internazionale”. “Vogliono calpestare i diritti di un Paese più piccolo – ha affermato il presidente Granger – per impedire alla Guyana di sviluppare le proprie risorse naturali”.

 

La disputa sul “Territorio Essequibo” è dunque destinata a continuare. Soprattutto adesso che in gioco ci sono dei giacimenti di petrolio.