VENEZUELA -

Pressato dagli USA e dalle opposizioni interne, il presidente perde anche l’appoggio del Mercosur. Ma il caos politico gioca a suo favore e potrebbe evitargli di affrontare il referendum sulla revoca del mandato

Nicolas Maduro

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

 

In preda a una crisi politica ed economica dilagante, il Venezuela rischia l’isolamento anche in America Latina. Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay, i Paesi membri del MERCOSUR (Mercado Común del Sur) insieme al Venezuela, sono infatti pronti a decidere la sospensione temporanea di Caracas dall’organizzazione a partire dal prossimo primo dicembre. A lanciare l’ultimatum era stato nei giorni scorsi il ministro degli Esteri del Paraguay Eladio Loizaga, al quale ha fatto eco subito dopo il collega uruguayano Rodolfo Nin Novoa. Secondo il blocco dei Paesi membri del MERCOSUR l’esecutivo venezuelano guidato dal presidente Nicolas Maduro non si è attenuto al rispetto delle regole previste dallo statuto dell’organizzazione, motivo per cui non ha diritto ad assumerne la presidenza di turno e potrà riavere voce in capitolo solo quando si sarà rimesso in linea con gli standard richiesti.

 

Entrato nell’organizzazione nel 2012 dopo sei anni di negoziati, il Venezuela rischia dunque adesso di perdere uno degli ultimi appoggi internazionali su cui ha potuto contare in questa tormentata prima metà di mandato di Maduro, salito al potere nel 2013 dopo la morte di Hugo Chavez.

 

Il presidente non ha comunque perso tempo nel rispondere all’ultimatum, bollando come prive di fondamento le accuse degli altri Paesi membri del MERCOSUR e denunciando l’esistenza di un complotto dei “governi di destra del Sud America” mirato a destabilizzare il suo esecutivo. “Se ci faranno uscire dalla porta – ha affermato intervenendo in un programma radiofonico – rientreremo dalla finestra”.

 

L’emergenza umanitaria e il referendum

Al netto delle reazioni scomposte e colorite di Maduro, a cui i media internazionali si sono abituati, è innegabile che il governo di Caracas sia ormai da tempo impantanato in una crisi senza via d’uscita, che potrebbe degenerare qualora l’esercito (o parte di esso) dovesse decidere di rivoltarsi contro il presidente.

 

Da mesi in Venezuela scarseggiano beni di prima necessità (soprattutto farmaci e alimenti), il disagio sociale si è esteso a macchia d’olio su tutto il Paese con un aumento esponenziale della criminalità comune e con la diffusione di epidemie che non si presentavano da decenni. I numeri presentati nei giorni scorsi da Human Rights Watch, nel rapporto intitolato Crisi umanitaria in Venezuela, sono disarmanti: rispetto al 2013 aumento del 45% del tasso di mortalità infantile; rispetto al 2009 aumento del 79% della mortalità delle donne in gravidanza; riserve di farmaci prosciugate nel 76% delle strutture ospedaliere; diffusione di difterite (specie nell’est del Paese, dove sono in corso campagne di vaccinazione per evitare contagi di massa), malaria, zika e HIV che stanno colpendo soprattutto le comunità indigene e che nel complesso potrebbero causare l’estinzione di sette etnie e la morte di oltre quattro milioni di persone.

 

Caracas_scontri(Scontri tra manifestanti e forze di sicurezza a Caracas, 1 settembre 2016)

 

La crisi venezuelana si sta trasformando in maniera sempre più veloce in una catastrofe umanitaria, di fronte alla quale Maduro ostenta una sicurezza surreale. Da un lato il presidente continua a promettere lo stanziamento di nuovi fondi da destinare al miglioramento delle infrastrutture, della sanità e della rete idrica e maggiori sforzi per favorire il dialogo con le opposizioni. Lo ha fatto nelle settimane scorso in udienza da Papa Francesco in Vaticano e ieri, mercoledì 23 novembre, con l’ex primo ministro spagnolo Jose Luis Rodriguez Zapatero, che insieme al diplomatico statunitense Thomas Shannon sta tentando di tenere aperti i canali di comunicazione tra le parti. Dall’altro, però, a Caracas si assiste a una realtà totalmente diversa e non solo nelle strade dove proteste, scontri tra manifestanti e forze di sicurezza, rapine e omicidi sono all’ordine del giorno, ma anche in parlamento.

 

Maduro_Zapatero(L’incontro tra Maduro e Zapatero a Caracas il 23 novembre 2016)

La coalizione delle opposizioni MUD (Mesa de Unidad Democratica) è tornata a denunciare l’ostruzionismo del governo, che al tavolo tecnico convocato il 22 novembre per preparare il vertice del 6 dicembre – al quale sarà presente anche l’inviato del Papa monsignor Claudio Maria Celli – non ha mandato i propri rappresentanti. A marcare le distanze ci sono poi, tra le altre, altre due questioni. La prima è il nuovo scandalo, ribattezzato dai media caso de los narcosobrinos, che vede coinvolti due nipoti di Maduro, processati da un tribunale di New York per l’accusa di essere al centro di un traffico di droga tra il Venezuela e gli Stati Uniti. La seconda riguarda invece le promesse fatte, ma non mantenute, dal governo dopo la firma di un’intesa con le opposizioni in base alla quale l’esecutivo si sarebbe dovuto impegnare a rilasciare diversi oppositori finiti in carcere negli ultimi anni – ma al momento solo uno su 108 sarebbe stato liberato – e a favorire un riequilibrio di poteri all’interno del CNE (Consiglio Nazionale Elettorale) dove allo stato attuale è dominante la componente vicina a Maduro.

 

Venezuela_referendum

 

Il caos istituzionale in questa concitata fase, però, più che indebolire il presidente gli sta permettendo di guadagnare tempo e di rimandare la vera sfida che lo attende, vale a dire il referendum voluto dalle opposizioni per chiedere al popolo di esprimersi sulla possibilità di revocare il suo mandato. Nell’elaborato processo di verifica e validazione della richiesta di referendum, la tempistica sta avendo infatti un ruolo fondamentale. Se il referendum dovesse infatti tenersi entro la fine del 2016 e Maduro dovesse perderlo – esito dato per scontato dagli ultimi sondaggi – lui e il suo partito, il PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela) sarebbero costretti a un passo indietro e si andrebbe a nuove elezioni. Nel caso in cui invece il referendum si dovesse tenere nel 2017 – cosa ormai sempre più probabile – in caso di sfiducia Maduro potrebbe lasciare il posto di presidente al suo vice che rimarrebbe in carica fino a nuove elezioni nel 2018.

 

Il prezzo del petrolio

La strategia del temporeggiamento sta dunque per ora premiando Maduro. Il presidente naviga a vista e spera nell’aiuto degli alleati che gli sono rimasti, soprattutto della Russia da cui si aspetta una mano per ottenere il prossimo 30 novembre alla riunione di Vienna dell’OPEC (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) il congelamento della produzione di petrolio a 32,5-33 milioni di barili al giorno. Con i tempi che corrono, disporre di una ritrovata forza contrattuale nelle esportazioni energetiche sarebbe di vitale importanza per la tenuta del suo governo.