VENEZUELA -

Crollo del prezzo del greggio, aumento degli omicidi a Caracas e alle porte un referendum per chiedere la destituzione del presidente Maduro. Il punto su uno dei Paesi più instabili del Sud America

Opposition supporters are silhouetted through a Venezuelan flag during a campaign rally with candidates for the National Assembly from the Venezuelan coalition of opposition parties in Caracas

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

Sono giornate intense a Caracas. Il 4 maggio il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) ha iniziato a verificare la validità delle firme consegnate il 2 maggio dai leader dei partiti d’opposizione per ottenere l’organizzazione di un referendum sulla revoca dell’incarico del presidente Nicolas Maduro. Per portare a termine questo primo passaggio servivano circa 195mila firme, corrispondenti all’1% dell’elettorato. Alla sede del CNE ne sono arrivate 1.850.000. Se verranno convalidate, ci sarà un secondo passaggio, ovvero la raccolta di 4 milioni di adesioni in tre giorni per ottenere la consultazione che potrebbe tenersi entro la fine di novembre.

 

Alle pressioni delle opposizioni e di una fascia sempre più ampia dell’opinione pubblica venezuelana, si sono aggiunti negli ultimi giorni gli appelli al dialogo indirizzati al governo di Caracas dal Vaticano. Papa Francesco in persona, per la seconda volta nell’arco delle ultime settimana, ha scritto di suo pugno una lettera a Maduro chiedendogli di incontrare i suoi avversari politici e di trovare un accordo con loro per fermare la crisi sociale ed economica che sta risucchiando il Paese.

 

Della fase delicata attraversata dal Venezuela si è parlato il 3 maggio a Roma in un incontro organizzato dall’Associazione della Stampa Estera in Italia, al quale hanno partecipato Leopoldo Lopez Gil,  padre del leader dell’opposizione Leopoldo Lopez in carcere dal febbraio del 2014, l’inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo e Francesco Di Ciommo, docente ordinario di diritto privato della LUISS. Un confronto con i giornalisti utile per capire con chiarezza le dinamiche politiche ed economiche interne del Venezuela, un Paese lontano di cui l’Europa, e l’Italia, hanno una visione parziale, filtrata in buona parte dalla stampa americana notoriamente di posizioni opposte rispetto a quelle della classe dirigente venezuelana soprattutto dai tempi di Hugo Chavez.

 

Venezuela's President Nicolas Maduro applauds during a meeting with workers in Caracas

 (Il presidente venezuelano Nicolas Maduro)

 

Al centro dell’incontro i punti chiave della crisi venezuelana: il crollo del prezzo del petrolio, che sta danneggiando quei Paesi dell’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) come il Venezuela le cui entrate dipendono quasi esclusivamente dalla vendita di idrocarburi; il collasso del sistema economico nazionale e lo spauracchio del default; la criminalità dilagante a Caracas e la tenuta del governo Maduro.

 

Riflettori puntati su Leopoldo Lopez Gil, che ha partecipato alla conferenza insieme alla figlia del sindaco di Caracas, Antonio Ledezma, anch’esso finito in galera. Entrambi sono atterrati in Italia per sensibilizzare il nostro governo, così come anche Papa Francesco, sulla repressione dell’esercito e delle forze di sicurezza venezuelane contro ogni forma di dissenso. Leopoldo Lopez Gil è un imprenditore e fino a poco tempo ha fatto parte del comitato editoriale dell’influente giornale El Nacional, salvo poi dover espatriare dopo che la sua testata ha pubblicato un’inchiesta in cui l’ex presidente del parlamento venezuelano Diosdado Cabello è stato accusato di essere a capo del cartello di narcotrafficanti Cartel de los Soles.

 

“Non sono affatto ottimista sulla situazione del mio Paese – ha affermato -. Abbiamo grandi riserve di petrolio ma il governo di Maduro si sta dimostrando incapace di sfruttarle. Questo esecutivo sta rubando moltissimo allo Stato. Ha creato un network di imprese parallele a quelle pubbliche per controllare l’ingresso dei capitali derivati dalla vendita degli idrocarburi. Queste imprese vengono create per dare delle poltrone ai generali dell’esercito che il governo sa di non potersi mettere contro. Nei primi anni del governo di Hugo Chavez l’obiettivo dichiarato era di arrivare a una produzione giornaliera di 6 milioni di barili di petrolio al giorno, oggi siamo fermi a 2 milioni, vale a dire ai livelli degli anni Cinquanta. Il petrolio venezuelano è molto pesante e richiede costi molto elevati per la sua raffinazione. Ma il Venezuela non ha né le infrastrutture né i capitali per farlo. Il governo però continua a regalare il suo petrolio a Paesi amici come Cuba o a venderlo a prezzi molto bassi alla Cina per via di vecchi contratti ancora in vigore. Se la situazione non cambia il Paese sarà prossimo al default. Ci sono molti arbitrati internazionali per debiti non pagati e per terreni espropriati. Anche imprese italiane che hanno partecipato alla costruzione di tratte della metropolitana e delle ferrovie non sono state pagate. Il Venezuela non è più il paradiso degli anni Cinquanta e Sessanta, quando qui iniziarono ad arrivare migliaia di emigrati italiani”.

 

File photo of oil pumps in Lagunillas, Ciudad Ojeda, in Lake Maracaibo in the state of Zulia

 (Trivelle per l’estrazione di petrolio nel Lago di Maracaibo, nello stato di Zulia) 

 

Sulla situazione economica del Venezuela il professor Francesco Di Ciommo ha presentato una visione diversa, seppur comunque critica, rispetto a Lopez Gil. “Il Venezuela – ha spiegato – è il Paese più ricco al mondo per riserve di petrolio e gas certificate. Il suo problema è che ha puntato troppo sul petrolio rinviando investimenti, che invece erano necessari, per l’ammodernamento della sua struttura economica e delle sue infrastrutture. Questi investimenti, compresi quelli per l’ammodernamento di centrali elettriche e idroelettriche e per nuove tratte ferroviarie, sono stati annunciati, ma rischiano di arrivare troppo tardi”.

 

Quello del petrolio, nella fattispecie, non è un problema del Venezuela di oggi. “Durante gli ultimi quindici anni il petrolio venezuelano ha attraversato dei momenti difficili – ha sottolineato Di Ciommo – evidenziando già in altri frangenti la fragilità dell’economia del Paese. Oggi il Venezuela non è più in grado di reggere questi schock petroliferi. Non credo comunque che il Paese sia realmente a rischio default. Il dato del suo debito pubblico è fisiologico, considerato che al momento in rapporto al PIL nazionale oscilla attorno al 50%. È anche vero che c’è una forte inflazione (800% secondo il Fondo Monetario Internazionale, ndr) che rende il Paese sempre meno competitivo, aspetto che pesa soprattutto sull’acquisto di materie prime e prodotti dall’estero. Attualmente, secondo i dati del 2015 della Farnesina, il Venezuela è 176esimo (su 186 posizioni) per indice di libertà economica e 181esimo (su 184 posizioni) per competitività economica. Questi dati dimostrano che il progetto di sviluppare un modello economico su basi socialiste così radicali non ha avuto successo”.

 

An opposition demonstrator runs with a flag during a protest against Nicolas Maduro's government in Caracas

(Scontri a Caracas)

 

La crisi economica sta sfociando in un’instabilità sociale sempre più evidente soprattutto a Caracas, la città più violenta al mondo per numero di omicidi commessi in rapporto alla popolazione (119,87 omicidi ogni 100 mila abitanti secondo un recente censimento della Ong messicana Consejo Ciudadano para la Seguridad Publica y Penal). Dal 2000 il numero di persone uccise all’anno è raddoppiato, da 14mila arrivando a 27.875 nel 2015. Mentre in Colombia, nello stesso lasso di tempo con il graduale ridimensionamento della guerriglia portata avanti dai ribelli delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), il numero di omicidi si è dimezzato. A Caracas, secondo Leopoldo Lopez Gil, il rischio principale per la popolazione oltre che dai criminali comuni è rappresentato dalle squadre di paramilitari (colectivos) finanziate dal governo per soffocare ogni forma di opposizione.

 

A fare da cornice a questa situazione c’è una crisi istituzionale sempre più preoccupante. “La Costituzione del Venezuela – ha evidenziato Di Ciommo – è una Costituzione ben costruita. Il problema è che però almeno in parte non viene applicata e rispettata dal governo. Attualmente l’opposizione è in maggioranza in parlamento. Ma Maduro può contare sulla maggioranza dei membri della Corte Costituzionale, che adesso puntualmente stanno bocciando le leggi approvate dal parlamento giudicandole sempre incostituzionali”.

 

A general view of Venezuela's National Assembly during a session in Caracas

(L’Assemblea Nazionale di Caracas, il parlamento venezuelano) 

 

Nell’insieme queste instabilità dimostrano che ormai del sogno della rivoluzione bolivariana in Venezuela è rimasto ben poco. Il chavismo continua ancora a godere del 30% del consenso della popolazione perché con Chavez è stata effettivamente ridistribuita la ricchezza e dimezzato il numero dei poveri. Ma si è trattato di una crescita sregolata che non ha prodotto benefici nel lungo termine e di cui oggi sta pagando il prezzo Nicolas Maduro.