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Con l’annuncio di Obama del ritiro dell’embargo sulla vendita di armi al governo di Hanoi si chiude uno dei capitoli più bui della politica estera statunitense. Le immagini

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di Alfredo Mantici 

Il 23 maggio gli Stati Uniti hanno sospeso l’embargo sulla vendita di armi al Vietnam. Con la visita del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ad Hanoi, si è chiuso definitivamente un lunghissimo capitolo di storia, di guerra e di inimicizia tra americani e vietnamiti. Un capitolo nel quale è stata tracciata la prima e più cocente sconfitta militare e politica degli USA.

 

Sono passati poco più di 46 anni da quel 30 aprile 1975 quando gli ultimi americani abbandonavano in fretta e furia in elicottero il tetto dell’ambasciata di Washington a Saigon consegnando al mondo l’immagine umiliante di una disfatta politica e militare che ha profondamente segnato la società americana per oltre un decennio.

 

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La fine del dominio francese e la divisione del Vietnam

Il Vietnam è stato in guerra per oltre quarant’anni, fin dalla fine del secondo conflitto mondiale, quando il movimento comunista del Viet Minh capeggiato da Ho Chi Min si ribellò al ritorno dei francesi e alla ripresa di un dominio coloniale che durava da quasi un secolo. La guerriglia contro la Francia presto si trasformò in guerra aperta per concludersi nel maggio del 1954 con la resa, a Dien Bien Phu, dell’ultima guarnigione francese alle forze del generale Vo Nguyen Giap, il “Napoleone” vietnamita.

 

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Dopo la fine dell’amministrazione coloniale francese in Indocina (questo era il nome del Vietnam sotto i francesi), gli accordi di Parigi del luglio 1954 sancirono la divisione del Paese in due parti: il nord comunista governato dal Viet Minh, con capitale ad Hanoi; il sud filo-occidentale dominato dai nazionalisti cattolici capeggiati da Ngo Dinh Diem e sotto il governo nominale dell’imperatore Bao Dai, con capitale a Saigon.

 

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La linea di demarcazione venne stabilita al 17° parallelo, un confine che sarebbe diventato un simbolo durante i successivi 21 anni di guerra. Guerra, perché gli accordi di Parigi non portarono la pace nella penisola indocinese. I comunisti del nord, infatti, non accettarono la divisione in due del Paese e immediatamente dopo la firma degli accordi iniziarono a favorire la nascita nel sud di un movimento di resistenza di ispirazione nazionalista e comunista, il Viet Cong, che con le armi fornite dal nord – e dall’Unione Sovietica attraverso Hanoi – dette avvio a una guerriglia nelle campagne vietnamite che in pochi anni portò quasi al collasso il governo di Ngo Dinh Diem e il suo fragile apparato militare.

 

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L’intervento militare americano

Per salvare quella che considerava una democrazia di modello occidentale da una sicura sconfitta sul campo, nel 1961 il presidente degli Stati Uniti John Kennedy decise l’invio in Vietnam del sud di un primo contingente di militari americani delle forze speciali incaricati di assistere e “consigliare” le forze armate di Saigon nella lotta contro i Viet Cong e i loro sostenitori nord-vietnamiti. Fu l’inizio di un’avventura militare che per gli Stati Uniti si sarebbe rivelata disastrosa. Il successore di Kennedy, Lyndon B. Johnson, di fronte alle continue sconfitte di un esercito del sud che – sebbene armato e rifornito dagli americani si dimostrava incapace di contrastare la guerriglia comunista – decise di intervenire direttamente nel conflitto con l’invio, nel 1965, di un primo contingente di marines nel sud e l’inizio, dopo il cosiddetto “incidente del Tonchino” (un presunto scontro notturno tra navi americane e motosiluranti nord-vietnamite), di una campagna di bombardamenti sul Vietnam del nord, denominata “Rolling Thunder”.

 

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A Saigon la situazione era via via più difficile sia sul piano militare che su quello politico. Pressato dalle sconfitte militari e dal crescente malcontento interno, il governo di Ngo Dinh Diem aveva assunto caratteri sempre più autoritari, al punto che nell’ottobre del 1963 un golpe organizzato da alcuni generali con il consenso dell’ambasciata americana aveva eliminato il premier vietnamita, ucciso insieme al fratello, e dato inizio a una serie di traballanti governi militari che avrebbero visto una serie di generali del sud succedersi al potere fino alla fine della guerra.

 

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Mentre il Viet Cong, al quale iniziavano ad affiancarsi forze regolari nord vietnamite, espandeva il suo controllo nelle campagne e nel delta del Mekong, l’amministrazione Johnson decise che l’unica strada da percorrere per evitare di “perdere il Vietnam” era quella dell’“escalation” e, cioè, dell’aumento sempre più massiccio della presenza militare americana nella penisola indocinese e del coinvolgimento sempre più intenso delle forze armate statunitensi nella guerra.

 

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Dalle poche migliaia di marines del 1965 in soli quattro anni il numero dei militari americani in Vietnam crebbe fino alla sbalorditiva cifra di 500.000 uomini, nella stragrande maggioranza soldati di leva. Insieme ai soldati cresceva il numero delle vittime americane in una guerra asimmetrica nella quale la potenza tecnologica non riusciva ad avere la meglio contro un nemico che veniva rifornito, attraverso il “sentiero di Ho Chi Min” (una strada che dal nord, passando per il Laos e la Cambogia, arrivava fino al delta del Mekong) da un esercito di soldati-portatori che indossavano pigiama nero e sandali di gomma.

 

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Con l’aumento delle cifre settimanali del “body count” (il numero dei soldati morti), l’opinione pubblica americana iniziò a reagire contro una guerra che si stava rivelando sanguinosa, costosa e soprattutto inutile, visto che anche i militari a Washington non parlavano più di possibile vittoria sul campo, ma di “uscita onorevole dal conflitto”. La guerra, d’altronde, veniva portata quotidianamente nelle case americane dalla televisione contribuendo – con una sequela di immagini di soldati americani morti, feriti o sotto il fuoco di un nemico invisibile – a far crescere la sfiducia nelle ragioni dell’impegno militare. L’effetto delle immagini televisive dal fronte ebbe conseguenze paradossali.

 

 

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La disfatta e il ritiro

Quando agli inizi del 1968, durante i festeggiamenti del Tet (il “capodanno lunare”), vietcong e nord-vietnamiti decisero di lanciare un’offensiva militare su vasta scala e vennero sonoramente sconfitti dopo due settimane di scontri sanguinosi in campo aperto contro americani e sudvietnamiti, l’opinione pubblica USA reagì come se “la battaglia del Tet” fosse stata in realtà una sconfitta. Il presidente Johnson decise di rinunciare a correre per un nuovo mandato e il suo successore Richard Nixon decise di provare a uscire in qualsiasi modo dal “pantano vietnamita”.

 

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Per gli americani la guerra guerreggiata finì nel 1973, con il ritiro, dopo estenuanti colloqui di pace tenuti ancora a Parigi, di tutti i soldati dalla penisola indocinese. Per i vietnamiti la guerra terminò due anni più tardi con la conquista di Saigon da parte di vietcong e nord-vietnamiti e con l’unificazione del Paese sotto la bandiera comunista.

 

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I costi umani della guerra sono stati enormi. Secondo i dati ufficiali del governo di Hanoi, in undici anni di guerra sono morti 2 milioni di civili e almeno un milione di soldati vietcong e nord-vietnamiti. Le forze armate del sud hanno registrato circa 250.000 morti. A Washington lungo il “Vietnam War Veterans Memorial” sono scolpiti nel marmo nero i nomi di 58.200 caduti americani.