Nel mondo della creazione di oggetti in plastica, un argomento molto importante da comprendere e assimilare è quello su come funziona la deformazione della plastica. Infatti, il risultato finale dipende esattamente da quella sequenza di decisioni che riguardano il materiale, l’energia che viene applicata per la deformazione e il modo con cui si procede alla realizzazione del prodotto. Vediamo dunque, nello specifico come nel processo di deformazioni plastiche abbiano rilevanza fattori come: forma, calore e polimeri.
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Energia e calore nei processi di deformazione della plastica
Quando si deve modificare la forma di un materiale solido, come la plastica, è inevitabile l’uso del giusto grado di energia che permetta di andare a superare la resistenza del solido, per poi deformarlo e dargli la forma finale desiderata.
Nel caso dei polimeri plastici, l’energia in genere deve essere prodotta da una forma di calore che permetta l’aumento della temperatura riducendo la forza delle catene molecolari, rendendo di conseguenza il materiale duttile e lavorabile.
In base alla struttura chimica del polimero, la quantità di calore necessaria anche secondo altri parametri come: grado di cristallinità che si vuole ottenere e la velocità con la quale si desidera ottenere la deformazione.
All’interno di un processo industriale il controllo termico serve non solo ad ammorbidire la plastica, ma aiuta a lavorarla nel modo più preciso possibile, facendo sì che il materiale assuma esattamente la forma desiderata.
La deformazione plastica corretta, dunque, può avvenire solo se c’è il giusto equilibrio tra energia, tempo di esposizione e comportamento del materiale.
Polimeri e comportamento molecolare durante la modellazione
Quando si parla di plastica, in realtà dal punto di vista scientifico, si sta definendo un insieme di catene molecolari ossia polimeri, la cui disposizione nello spazio determina di conseguenza anche le caratteristiche fisiche osservabili.
Nel momento in cui i polimeri vengono avvicinati a una fonte di calore, queste catene iniziano a muoversi con maggiore libertà, scivolando parzialmente le une rispetto alle altre, rendendo possibile la conseguente deformazione.
Il fenomeno può essere immaginato come un aumento della mobilità interna, che consente alle molecole di adattarsi alla forma imposta da uno stampo o da un processo di estrusione. Durante questa fase, il comportamento dei polimeri non è mai uniforme, poiché alcune catene tendono spontaneamente a riallinearsi in strutture più ordinate, mentre altre mantengono una disposizione disorganizzata.
Questa differenza influisce sulla rigidità finale del pezzo, sulla sua resistenza agli urti e sulla stabilità dimensionale nel tempo. Il modo in cui le molecole reagiscono al calore rappresenta quindi uno degli elementi centrali nella progettazione di un processo di deformazione efficace.
Cristallizzazione e struttura interna della plastica
Con il processo di cristallizzazione, invece, si intende l’allineamento parziale delle catene polimeriche plastiche in regioni ordinate. Quest’ordinamento avviene in domini più o meno estesi nel materiale plastico, andando a conferirgli di conseguenza una struttura semi-cristallina.
In questa fase, la cristallizzazione dipende dalla velocità di raffreddamento e dalla quantità di calore residuo. In quanto in caso di raffreddamento rapido si potrebbe “congelare” la disposizione disordinata delle molecole e di conseguenza limitare la sua cristallizzazione.
Invece, quando si effettua un raffreddamento più lento è possibile andare a favorire l’allineamento delle molecole, conferendogli una maggiore cristallizzazione.
Polimeri semicristallini e polimeri amorfi: differenze operative
Le poliolefine rientrano tra i polimeri semicristallini e il loro comportamento durante il raffreddamento è uno degli aspetti che più ne condiziona l’uso industriale.
Le catene molecolari, man mano che la temperatura scende, tendono ad avvicinarsi e a disporsi in zone parzialmente ordinate. Non si tratta di una cristallizzazione completa, ma di una struttura mista che conferisce al materiale caratteristiche ben riconoscibili: buona resistenza chimica, stabilità nel tempo e una risposta meccanica che, nella maggior parte dei casi, risulta prevedibile.
Quando questi materiali vengono deformati a caldo, le forze interne favoriscono un certo riallineamento delle catene. È uno dei motivi per cui, una volta raffreddato, il manufatto tende a mantenere la forma impartita senza fenomeni marcati di rilassamento.
Questo comportamento li rende particolarmente adatti a componenti destinati a lavorare sotto sollecitazioni ripetute o in contesti dove è richiesta una certa affidabilità strutturale.
Le plastiche stireniche seguono una logica diversa. Appartengono ai polimeri amorfi e, anche dopo il raffreddamento, le catene molecolari rimangono disposte in modo disordinato.
Questa assenza di zone cristalline influisce direttamente sulle proprietà del materiale: maggiore trasparenza, risposta elastica più uniforme e una lavorabilità generalmente più stabile, soprattutto quando il processo si svolge su un intervallo di temperature non perfettamente controllato.
Non esiste quindi una scelta “migliore” in senso assoluto. La decisione tra un polimero semicristallino e uno amorfo dipende da ciò che il prodotto deve garantire: precisione dimensionale, qualità superficiale, resistenza agli urti o semplicemente esigenze estetiche.
Scelta del polimero in funzione del processo e del prodotto finale
Nella pratica industriale, la selezione del polimero non può basarsi solo sul costo della materia prima. Contano il modo in cui il materiale reagisce al calore, la sua tendenza a cristallizzare e la compatibilità con il processo di trasformazione adottato.
Un materiale molto rigido, ad esempio, può diventare problematico se lo stampaggio prevede geometrie complesse o spessori ridotti. Al contrario, un polimero spiccatamente amorfo può non offrire la resistenza necessaria quando il componente deve sopportare carichi o sollecitazioni prolungate.
La conoscenza dei meccanismi di deformazione plastica è utile anche per leggere correttamente alcuni problemi ricorrenti in produzione, come la difficoltà nel mantenere la forma dopo il raffreddamento o la comparsa di tensioni interne. In questi casi, intervenire solo su temperatura o stampo spesso non basta. La causa va ricercata più a monte, nella scelta del materiale e nel suo comportamento a livello molecolare.
Alla fine, la forma di un oggetto in plastica non è mai il risultato di un solo fattore. È il punto di equilibrio tra energia applicata, struttura del polimero e tempi del processo. Un equilibrio che può essere gestito solo conoscendo davvero come il materiale “reagisce”, non solo come viene descritto nelle schede tecniche.
