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C’era una volta l’Amazzonia

L’Amazzonia o Foresta Amazzonica è una foresta pluviale di tipo tropicale situata nel cosiddetto Bacino dell’Amazzonia in Sudamerica. La sua estensione misura 7 milioni di chilometri quadrati, di cui il 5,5 sono occupati dall’area boschiva. È talmente grande che ricopre ampi territori di ben nove paesi, ovvero Brasile, Perù, Colombia, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Suriname, Guyana e Guyana Francese. Il nome di questo territorio ha un’etimologia molto interessante, quasi fantastica. Gli fu attribuito, di fatti, dal conquistador spagnolo Francisco de Orellana, il quale giunto in questi luoghi al fine di colonizzare le Americhe, dovette scontrarsi con la popolazione indigena Tapuyas: nelle fila dei combattenti di questa tribù apparivano anche le donne, che ricordarono ad Orellana le mitologiche amazzoni descritte dal poeta greco Erodoto.

Un disastro su larga scala

Il 9 agosto 2019 lo stato federato di Amazonas ed a seguire il 16 agosto 2019 lo stato di Acre, hanno dichiarato lo stato d’emergenza in seguito agli innumerevoli incendi che si sono susseguiti nella grande foresta amazzonica. Secondo l’INPE, Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali, dal 20 agosto sono stati segnalati circa 74155 incendi, ovvero, un incremento dell’83% rispetto allo stesso periodo del 2018. Addirittura, dall’inizio dell’anno in corso sono 83000 gli incendi totali che si sono verificati, raggiungendo così numeri mai visti prima in questo millennio. La cosa spaventosa è che il fumo derivante dalle combustioni è visibile addirittura dai satelliti. Le immagini satellitari difatti riportano scene terrificanti, in cui è facile notare intere aree del Sudamerica ricoperte da toppe color grigio scuro. Secondo alcuni scienziati, il danno non è ormai più recuperabile. Si sta parlando di un dislivello enorme nell’equilibrio del mondo, che influenza in maniera diretta ed indiretta diversi aspetti che vanno dal clima mondiale con il conseguente rischio dell’accelerazione del riscaldamento globale, al disperdersi e scomparire della fauna locale, fino all’influenza sulla scala dell’acqua con il rischio di diminuire le disponibilità d’acqua nelle città brasiliane.

Ma quali sono le cause di questo disastro?

In primis, le cause sono da ricercare nella politica del presidente Jair Bolsonaro, accusato dalla popolazione e da ormai il mondo intero, di voler difendere gli interessi economici del paese, piuttosto che salvaguardare un territorio che permette all’intera popolazione terreste di vivere la vita come la conosciamo ora. La continua guerra con i popoli indigeni che difendono il loro territorio d’origine è più che mai in questi giorni, raccontata in tutti i telegiornali e giornali del mondo. C’è di fatti, da parte del presidente brasiliano, una mancanza di attenzione nel far rispettare le norme di sicurezza che vietano ad esempio ai piccoli agricoltori della zona, di appiccare incendi volontari, senza autorizzazione, al fine di ripulire i propri appezzamenti o parti della foresta. Ma in realtà, questo disastro è iniziato molo tempo fa, già con i primi segni del cambiamento climatico, responsabile di un diverso sviluppo della foresta. E se procediamo a ritroso, dietro al cambiamento climatico c’è l’inquinamento, fenomeno di cui noi stessi siamo responsabili. Non possiamo cambiare il mondo, ma nel nostro quotidiano possiamo fare delle piccole cose che se sommate possono avere un vero impatto a livello globale. Ad esempio, si può pensare di adottare delle moderne pratiche per lo smaltimento dei rifiuti come quelle proposte per l’eternit a Roma da Nova Ecologica. Delle piccole accortezze al fine di condurre una vita più sostenibile.

 

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