ITALIA -

A otto anni dall’inizio della recessione l’economia italiana fatica a riprendersi. Crescono disuguaglianze sociali, povertà e divario tra nord e sud del Paese

A street beggar wears a Santa Claus hat in downtown Rome

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Il Rapporto annuale 2016 dell’ISTAT (Istituto Italiano di Statistica) rappresenta in modo chiaro cosa hanno prodotto sulla società italiana otto anni di crisi. La sintesi è che purtroppo l’Italia sempre di più somiglia al Regno Unito, anzi sempre di più ne sta ripercorrendo i nefasti passi.

 

La prima transizione demografica (1870-1970) è stata caratterizzata dal declino della mortalità infantile (126,5 morti nel primo anno di vita per mille nati vivi del 1926 a 63,5 per mille nel 1952) e della mortalità generica della popolazione, dalla crescita della popolazione (39 milioni nel 1926, 47,5 milioni 1952), dalla riduzione della natalità (da 3,51 figli per donna nel 1926 a 2,34 nel 1952) e dall’allungamento della speranza di vita (nel 1926 era pari a 52,1 anni per le donne e a 49,3 per gli uomini, mentre nel 1952 rispettivamente a 67,9 e a 63,9 anni).

 

La società italiana è attraversata dalla seconda transizione demografica iniziata alla fine deli anni Sessanta. Calano i matrimoni, l’età media delle donne al primo matrimonio è di 30,7 anni, con la conseguenza che, se confermata, questa tendenza farà si che “la metà delle donne che appartengono alla ‘Generazione del millennio’ non si sposerà nel corso della sua vita”.

 

La Grande Recessione modifica brutalmente i comportamenti sociali: “il numero medio di figli per donna nel 2015 scende a 1,35 per il complesso delle residenti, era di 1,46 nel 1995. Quasi l’8% dei nati nel 2014 ha una madre di almeno 40 anni, caratteristica molto evidente fra le madri di cittadinanza italiana”. La dinamica della popolazione è fortemente alterata: la popolazione non cresce più per la forte denatalità e, in compenso, continua a invecchiare. Risultato, la vita media cresce e l’indice di vecchiaia passa da 50,4% nel 1976 a 161,1% nel 2016.

 

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In aumento la povertà

In una società caratterizzata da una piramide dell’età capovolta, la Grande Recessione ha accresciuto l’area della povertà e dell’esclusione-deprivazione. La povertà assoluta, vale a dire quella di persone che vivono in famiglie che non sono in grado di acquistare il paniere di beni e servizi essenziali, colpisce il 6,8% della popolazione (4,1 milioni di persone, il doppio rispetto al 2008), la povertà relativa coinvolge il 12,8% dei residenti (2014), mentre la deprivazione cresce dal 7% del 2007 all’ 11,5% del 2015. Il dato più inquietante riguarda la diffusione della povertà tra i minori: “l’incidenza di povertà relativa per i minori, che tra il 1997 e il 2011 aveva oscillato su valori attorno all’11-12%, nel 2012 ha superato il 15 % e ha raggiunto il 19% nel 2014”.

 

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Cresce il divario tra Nord e Sud

In queste condizioni, cresce il divario tra Nord e Sud ed esplode la disuguaglianza sociale. La disuguaglianza nasce nel mercato del lavoro e si acuisce per la disuguaglianza di genere (uomo-donna). L’istruzione, considerata il miglior indicatore di mobilità sociale (la laurea consente di guadagnare un reddito più alto, cosi come il diploma), è stata fortemente ridimensionata dalla perdurante crisi economica, con il risultato che negli ultimi otto anni l’università italiana ha perso il 20% degli iscritti e il 18% del personale docente e amministrativo, evento che non ha eguali nel mondo sviluppato.

 

La conseguenza prima della disuguaglianza sociale e della caduta dell’accesso all’istruzione è una ridotta mobilità sociale che tende a riprodurre le disuguaglianze tra generazioni, ampliando i fenomeni di ereditarietà economica. In questa situazione il reddito individuale viene a dipendere forse dal talento, dall’impegno e dall’ambizione, ma sicuramente “dalle opportunità in termini di condizioni patrimoniali e di capitale umano e sociale offerte dalla famiglia di origine”.

 

Il Rapporto 2016 osserva in proposito che “tra i paesi OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ndr) la correlazione tra i livelli di reddito di due generazioni successive risulta molto elevata nel Regno Unito, in Italia e negli Stati Uniti, mentre è bassa in Danimarca e Norvegia. La forza di tale legame risulta differente tra paesi caratterizzati da diversi modelli di welfare ed è legata a più alti livelli di disuguaglianza”.

 

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Le similitudini con il Regno Unito

L’Italia è un Paese in cui l’indice di Gini, che misura la concentrazione del reddito, dopo le politiche redistributive, è pari a 0,34, prossimo a quello del Regno Unito, lo Stato più diseguale d’Europa dopo la cura di Margaret Thatcher e le riforme di Tony Blair, il bugiardo della guerra in Iraq. Il risultato è che l’ampiezza del divario tra ricchi e poveri cresce, cioè i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, mentre a livello generazionale la ricchezza si rialloca nelle fasce più anziane della popolazione a scapito dei giovani.

 

Le politiche redistributive, vincolate dai parametri di Bruxelles e da un debito pubblico al 132% del PIL, lasciano poco spazio a interventi, se non a quelli annunciati di revisione delle detrazioni e deduzioni IRPEF. Tuttavia va ricordato che circa il 90% dell’IRPEF è versata dal lavoro dipendente, cioè da circa la metà degli occupati in Italia, e ogni intervento estemporaneo, ovvero non ricompreso in una riforma organica del sistema di tassazione, non farà altro che accrescere le disuguaglianze, penalizzando i soliti noti e spingendo ulteriormente il ceto medio verso il baratro della povertà.

 

Come ricorda il premio Nobel per l’economia nel 2008 Paul Krugman: “La produttività non è tutto, ma nel lungo periodo è quasi tutto. L’abilità di un Paese di migliorare il suo standard di vita nel tempo dipende quasi interamente dalla sua capacità di far crescere il valore della produzione per addetto”. Alla luce di questo insegnamento, la porta stretta attraverso cui passa la ripresa economica e sociale dell’Italia è quella di massicci investimenti in innovazione e di rete. Se gli imprenditori privati non vogliono o non possono farli, spetta allo Stato, cioè al governo, attuarli prima che sia veramente troppo tardi.