SIRIA -

Putin e Trump al lavoro su un possibile intervento coordinato contro ISIS. Per salvare il Medio Oriente dal caos servirà l’avvio di un nuovo processo politico che tenga conto della rivalità tra sunniti e sciiti

Siria_Deraa

Vai alla scheda paese Commenta l'articolo (0)

di Alfredo Mantici

 

Durante l’infuocata campagna elettorale per l’elezione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump e Hillary Clinton, impegnati più a insultarsi e a scambiarsi colpi bassi dialettici sulla rispettiva “fitness” – vale a dire sulla capacità reale di rivestire il ruolo di comandante in capo – non hanno parlato molto di politica estera.

 

Mentre la sua avversaria si presentava come semplice continuatrice della politica estera di Barack Obama, Trump non ha però esitato, quando gliene è stata offerta l’occasione, a chiarire le linee strategiche del suo programma, per quanto queste potessero sembrare indigeste alla grande stampa e potenzialmente impopolari e controproducenti sul piano dei consensi elettorali.

 

Dichiaratosi indisponibile a proseguire nella politica mediorientale fin qui avallata dalla Casa Bianca, il tycoon newyorchese non ha fatto mistero di voler cercare un nuovo approccio con il presidente russo Vladimir Putin per ristabilire le relazioni tra Stati Uniti e Russia portandole su un piano di rispetto reciproco e di collaborazione nella gestione dei più delicati dossier internazionali.

 

La strategia di Trump in Siria

Il 31 marzo scorso, quando era ancora un candidato alle primarie repubblicane, parlando con il New York Times Trump criticava senza mezzi termini la pretesa di Barack Obama di sostenere, in Siria, i ribelli in lotta contro il regime di Bashar Al Assad e di combattere contemporaneamente contro lo Stato Islamico, a sua volta acerrimo nemico oltreché dell’Occidente anche del governo di Damasco. “Non puoi combattere nello stesso momento contro due entità che lottano tra di loro – affermò Trump in quell’intervista -. Devi scegliere l’una o l’altra”. “La pretesa di combattere simultaneamente contro Assad e contro l’ISIS – aggiunse Trump – è una follia e un’idiozia”.

 

Non dimentichiamo che dopo lo scoppio della guerra civile siriana, Barack Obama non solo aveva dato mandato alla CIA di rifornire di armi e di denaro le formazioni non islamiste in lotta contro il regime di Damasco, ma aveva minacciato l’intervento diretto delle forze armate americane se i militari siriani avessero superato una “linea rossa” operativa, individuata dall’Amministrazione USA nell’uso di armi chimiche contro i ribelli.

 

Trump_Obama(Donald Trump e Barack Obama alla Casa Bianca, 10 novembre 2016)

 

Quando nell’agosto del 2013 due razzi armati di testate chimiche colpirono l’abitato di Ghouta, un sobborgo di Damasco, l’intelligence americana dette immediatamente la colpa al regime di Assad e Washington si trovò sull’orlo dell’intervento militare. Intervento che, secondo qualificate fonti di intelligence, venne fermato dalle pressioni congiunte di russi e israeliani che esibirono prove che dimostravano che le armi chimiche erano state usate dai ribelli proprio per spingere Obama a scatenare una reazione militare contro Assad. Da allora gli americani, all’ombra della guerra all’ISIS, hanno continuato a sostenere, insieme all’Arabia Saudita e al Qatar, le formazioni ribelli siriane.

 

Dopo la sua inaspettata vittoria nella corsa alla presidenza, l’11 novembre Trump ha rilasciato un’intervista al Wall Street Journal nella quale, pungolato dall’intervistatore, è tornato sull’argomento della guerra civile in Siria sostenendo quello che dovrebbe essere il nuovo approccio americano nella vicenda: “ Io ho sulla Siria una visione diversa da quella di molta gente. La mia posizione è la seguente: non puoi combattere contro la Siria mentre la Siria combatte contro l’ISIS e il tuo obiettivo è di liquidare l’Isis. A me Assad non piace affatto ma puntellare il suo regime significa arginare l’estremismo che è cresciuto e si è sviluppato nel caos della guerra civile e che minaccia gli Stati Uniti […] noi in questo momento stiamo sostenendo i ribelli in lotta contro il governo siriano senza neanche sapere chi sono. La Russia è allineata con Assad e se noi lo attacchiamo finiremo per fare la guerra alla Russia”.

 

Le parole di Trump hanno spinto immediatamente il presidente siriano Bashar Al Assad ha dichiarare in un’intervista rilasciata il 15 novembre all’emittente televisiva di stato portoghese RTP che: “se il nuovo presidente americano combatterà contro i terroristi (dell’ISIS, ndr) noi in questa lotta saremo i suoi alleati naturali, insieme alla Russia, all’Iran e a molti altriPaesi”. “Ma sarà in grado – ha aggiunto dubbiosamente – di mantenere questa promessa, andando contro quelle forze interne all’amministrazione e contro la grande stampa che si sono finora schierate contro di lui?”.

 

La possibile intesa tra Washington e il Cremlino

Sempre il 15 novembre l’ufficio stampa del Cremlino ha diffuso la notizia di un colloquio telefonico tra Trump e Putin, nel corso del quale i due presidenti hanno discusso “dello stato poco soddisfacente delle attuali relazioni russo-americane”, “ma hanno ambedue convenuto – prosegue la nota – sulla necessità di lavorare insieme per favorire la loro normalizzazione e avviare un percorso di collaborazione costruttiva ad ampio raggio in tutte le vicende più importanti”.

 

Trump_Putin(Danilovgrad, Montenegro: un manifesto celebra la futura alleanza tra Trump e Putin)

 

Queste prese di posizione, una volta tanto espresse in termini inequivocabili, sembrano dimostrare che nello scacchiere siriano si aprirà nei primi mesi del prossimo anno, dopo l’insediamento della nuova Amministrazione Trump, una finestra di opportunità per un intervento coordinato in Siria e in Iraq contro il Califfato che potrebbe segnare la fine della presenza dell’ISIS in tutta la regione. Un intervento che, per poter essere considerato un successo, dovrebbe tuttavia essere accompagnato da un processo politico che eviti gli errori compiuti dagli americani in Iraq con l’emarginazione dei sunniti – che non dimentichiamo è stata la prima causa della creazione dell’ISIS – ma che si sviluppi all’insegna di quel pragmatismo che sia Trump che Putin hanno finora dimostrato di possedere, almeno a parole. Solo così si potrà ricostruire un’intera regione sconvolta non solo dalle guerre civili ma anche dall’insipienza dimostrata negli ultimi cinque anni da molti dei protagonisti principali delle relazioni internazionali.