SVEZIA -

Dalle periferie delle grandi città in mano agli immigrati provenienti da Medio Oriente e Africa all’ultimo attentato a Stoccolma ordinato da ISIS: perché non hanno funzionato le politiche di accoglienza su cui ha puntato il paese negli ultimi vent’anni

MALMO ISLAM

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di Stefano Piazza

 

Il fallimento del progetto multiculturale portato avanti in Svezia negli ultimi decenni dai vari partiti di sinistra (Socialdemocratici e Verdi) che si sono succeduti al governo sta emergendo in modo sempre più evidente. A certificarlo è stato l’attentato di Stoccolma dello scorso 7 aprile, compiuto da un uomo che ha prima rubato un camion e lo ha poi lanciato contro la folla lungo Drottninggatan, la principale strada pedonale della capitale svedese, uccidendo quattro persone e ferendone altre quindici.

 

L’attentatore si chiama Rakhmat Akilov, trentanovenne di origine uzbeka. Da tempo inneggiava allo Stato Islamico sui social network. Era ricercato dalla polizia svedese perché doveva essere espulso dal paese essendo stata respinta la sua richiesta di soggiorno. Interrogato nel carcere di Kronoberg, Akilov ha dichiarato di aver compiuto l’attentato per «vendicare i bombardamenti contro ISIS» e di aver ricevuto l’ordine di attaccare direttamente da jihadisti operativi in Siria.

 

STOCCOLMA ATTENTATO(Stoccolma, il luogo dell’attentato del 7 aprile 2017) 

 

L’appello al martirio di Al Adnani

La metodologia d’attacco usata da Akilov è quella “classica” più volte invocata dai vari esponenti dell’islamismo radicale, non solo appartenenti allo Stato Islamico. Abu Mohammad Al Adnani, portavoce dell’ISIS, prima di essere ucciso da un drone degli Stati Uniti nell’agosto del 2016 si rivolse agli islamisti di tutto il mondo con questo messaggio: «Se puoi uccidere un miscredente americano o europeo – specialmente un malvagio e sozzo francese – o un australiano, o un canadese, oppure ogni altro miscredente che fa la guerra, inclusi i cittadini dei paesi che sono entrati in una coalizione contro lo Stato Islamico, fai affidamento ad Allah e uccidilo in ogni modo o maniera possano esserci. Schiaccia la sua testa con una pietra, o sgozzalo con un coltello, o investilo con la tua vettura, o precipitalo da un luogo elevato, o soffocalo, o avvelenalo».

 

Abu-Mohammed-al-Adnani(Abu Mohammad Al Adnani, portavoce di ISIS ucciso da un drone USA nell’agosto del 2016)

 

Al monito di Al Adnani, e a quelli pronunciati dopo di lui dal nuovo portavoce del Califfato Abu Hassan Al Muhajir («voi siete falliti e i segni della vostra rovina sono evidenti a tutti, non c’è dubbio che siate guidati da un idiota (Trump, ndr) che non sa che cosa la Siria o l’Iraq o l’Islam siano»), hanno risposto in molti compiendo atti di forza in tutto il mondo.

 

Svezia, tra no-go areas e Sharia Zone

La questione dell’estremismo islamico in Svezia ribolle da tempo benché se ne parli poco. Il paese scandinavo accoglie ogni anno più di 200.000 nuovi immigrati provenienti in maggioranza dai Balcani, da Iraq, Siria, Giordania e Palestina. Il risultato di queste politiche è che la Svezia autentica, quella descritta magistralmente dallo scrittore svedese Henning Mankell nei gialli che hanno per protagonista il commissario Kurt Wallander, non esiste praticamente più.

 

I gravissimi problemi di sicurezza interessano molte città del paese, con Stoccolma e Malmö a contendersi il triste primato della situazione peggiore. Oggi in Svezia si contano 55 aree urbane dette “no-go areas”, di fatto repliche delle tristemente note “ZUS” francesi (Zone urbaine sensible), dove persino le ambulanze, i pompieri e i gli addetti alla consegna della posta possono accedere solo se scortati dalla polizia che viene accolta sempre con lancio di pietre e biglie di ferro e, non di rado, con colpi di armi da fuoco.

 

Di queste vere e proprie “enclave islamiche” parla il rapporto di sicurezza nazionale svedese del 2014 (“En nationell översikt av kriminella nätverk med stor påverkan i lokalsamhället”). Un insieme di mappe e dati che fotografano un paese in dissolvimento.

 

Rinkeby_Stockholm(Auto date alle fiamme nel sobborgo di Rinkeby, febbraio 2017)

 

In Svezia più del 15% della popolazione totale (circa 10 milioni) è di origine straniera e quasi due milioni di persone vivono in quartieri come Rinkeby alla periferia di Stoccolma, abitato da 16mila persone di 60 etnie differenti e dove si parlano più di 40 lingue. Da queste parti gli svedesi sono sempre di meno: uno ogni venti abitanti, soppiantati da somali, iracheni, siriani, etiopi, turchi, bosniaci, romeni, bengalesi e anche sudamericani. Nelle 30 pagine del rapporto viene evidenziato l’aumento esponenziale del tasso di criminalità e si spiega come le organizzazioni criminali da anni abbiano in dotazione un quantitativo sempre maggiore di armi automatiche.

 

La disoccupazione e l’emarginazione di giovani donne e uomini, spesso privi di una formazione professionale e che spesso non parlano nemmeno lo svedese, sono il contesto ideale per i predicatori dell’estremismo islamico radicale. Le “Sharia Zone” si estendono così a vista d’occhio, con le ronde islamiche organizzate da uomini barbuti con pantaloni all’afgana che fermano e minacciano le donne non velate, mentre nelle scuole islamiche maschi e femmine sono costretti a frequentare classi e ambienti separati.

 

I terroristi di ritorno

La Svezia ha una lunga tradizione jihadista che risale ai primi anni Novanta, quando migliaia di islamisti di origine somala, irachena e balcanica in fuga dalle guerre vennero accolti come rifugiati. In centinaia abbracciarono l’Islam salafita e molti tornarono a combattere nei loro Paesi d’origine: in Iraq al servizio di Al Qaeda; in Somalia nelle file dei qaedisti di Al Shabaab.

 

Prima dell’attentato del 7 aprile, l’ultimo attacco eclatante in Svezia era datato 11 dicembre 2010, giorno in cui un rifugiato iracheno – laureato e che all’epoca godeva del generoso welfare state svedese – si fece esplodere a bordo di un camion pieno di bombole di gas. Fortunatamente l’attentatore commise un errore nella preparazione degli esplosivi e alla fine a perdere la vita fu solo lui. Adesso tutti si interrogano su quanti dei 300 jihadisti partiti per combattere in Siria e Iraq, abbiano fatto rientro in Svezia. Si parla di circa un centinaio di terroristi di ritorno. Il rischio che tra uno di questi ci sia un nuovo attentatore pronto a entrare in azione è altissimo.