STATI UNITI D'AMERICA -

Taiwan finisce in mezzo allo scontro diplomatico delle due superpotenze. Ma guai a sottovalutare il messaggio tra le righe che il neo-presidente ha inviato a Pechino

Donald Trump

Vai alla scheda paese Commenta l'articolo (0)

di Alfredo Mantici

 

Il neo presidente Donald Trump, dopo aver cautamente evitato di parlare durante la campagna elettorale del corso che la sua amministrazione avrebbe impresso ai futuri rapporti tra Stati Uniti e Cina, il 2 dicembre ha dato un forte scossone all’albero sul quale da quarant’anni queste relazioni si poggiano, accettando di ricevere una telefonata di congratulazioni per la sua nomina dalla signora Tsai Ing Wen, presidente della Repubblica di Taiwan, l’isola che fin dal 1949 la Repubblica Popolare cinese considera una provincia separata e ribelle.

 

Per nulla scosso dalle inviperite reazioni del governo di Pechino, che aveva prontamente dichiarato attraverso il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang che la politica dell’unica Cina doveva considerarsi il fondamento dei rapporti tra USA e Repubblica Popolare cinese, il neo presidente domenica 11 dicembre, nel corso di un’intervista alla rete televisiva Fox News, mescolando apparente ingenuità ed evidente machiavellismo, ha dichiarato: “si è trattato di una telefonata, peraltro molto breve, nella quale mi è stato detto ‘congratulazioni signore per la vittoria’. Perché uno stato estero si sente in diritto di affermare che io non posso ricevere una telefonata?”.

 

Subito dopo, però, per chiarire i motivi della sua mossa ha aggiunto: “Io capisco perfettamente le basi della politica dell’unica Cina ma non capisco perché noi dovremmo continuare a seguire questa politica se la Cina non accetta di trattare con noi su molti problemi, incluso il commercio […] Gli Stati Uniti sono stati danneggiati dalla svalutazione della moneta cinese, dalle tariffe doganali, dalla presenza militare di Pechino nel Mar cinese meridionale e dalla mancata cooperazione nel contenimento delle ambizioni nucleari della Corea del Nord”.

 

Queste poche battute, lungi dal confermare che Donald Trump si sia comportato come “un elefante in una cristalleria” – come immediatamente sostenuto dalla stampa liberal americana – nell’affrontare da presidente eletto il tema dei rapporti sino-americani, stanno invece a indicare che la sua amministrazione affronterà il tema politico dei rapporti con Taiwan, usandolo come una leva per modificare in favore degli Stati Uniti l’insieme dei rapporti con il ricco e spregiudicato concorrente asiatico.

 

Tsai Ing Wen(Tsai Ing Wen, presidente della Repubblica di Taiwan)

 

 

I rapporti USA-Taiwan e Nixon-Mao Zedong

Per ben trent’anni, dal 1949 al 1979, l’America ha sostenuto militarmente ed economicamente la Repubblica di Taiwan, che la comunità internazionale aveva riconosciuto fin dalla sua fondazione appunto come l’unica Cina, accettando che il piccolo Stato sedesse alle Nazioni Unite quale membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Organizzazione. Con i suoi venti milioni di abitanti, fino al 1971 la piccola Repubblica è riuscita a emarginare dalla comunità internazionale un miliardo di connazionali governati dal partito comunista cinese.

 

Tutto ciò perché, al termine della guerra civile in Cina, Taiwan divenne il rifugio sicuro delle armate sconfitte di Ciang Kai Shek, capo della repubblica nazionalista della Cina, e una pedina fondamentale della Dottrina del Containment, la politica americana di contenimento dell’espansione comunista negli anni della Guerra Fredda.

 

Nixon-Mao Zedong(La foto della storica stretta di mano tra Nixon e Mao Zedong a Pechino nel 1972)

 

 

Nel 1972 il presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, alla disperata ricerca di una “via d’uscita onorevole” dal sanguinoso pantano della guerra in Vietnam, con una mossa spettacolare stupì il mondo recandosi in visita a Pechino dove, grazie alla tela diplomatica intessuta dal suo segretario di Stato Henri Kissinger, riuscì a stringere un legame personale e politico col presidente comunista Mao Zedong. Legame che venne poi ufficializzato nel 1979 con l’instaurazione di normali rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Cina Popolare.

 

Vittima sacrificale della realpolitik americana verso la Cina fu proprio la Repubblica di Taiwan, con la quale Washington ruppe le relazioni diplomatiche nello stesso anno, pur mantenendo un ruolo di garante della sua indipendenza e di sostegno alla sua economia.

 

Trump e l’arte della mediazione

Il tema della “provincia ribelle” – così tutti i governanti cinesi si sono sempre riferiti a Taiwan – è stato negli ultimi decenni il convitato di pietra nelle relazioni tra Pechino e Washington, perché i cinesi non hanno mai fatto mistero del loro desiderio di riportare l’isola sotto il controllo della madrepatria, mentre gli americani per migliorare costantemente i loro (peraltro eccellenti) rapporti con la Cina, hanno sempre chiuso un occhio di fronte a un tentativo cinese di risolvere la questione con un colpo di mano militare.

 

Tutte le ultime amministrazioni americane, sia repubblicane sia democratiche, in nome dei buoni rapporti con Pechino hanno nascosto il problema della legittimità delle aspirazioni cinesi o di quelle dei taiwanesi, sotto il tappeto del bon ton diplomatico. Questo spiega la preoccupazione delle autorità di Pechino di fronte alle affermazioni di Trump: “Noi esortiamo la nuova amministrazione americana e il suo leader – ha sottolineato ancora il portavoce cinese Geng Shuang, dopo le ultime uscite del neo presidente – a riconoscere la delicatezza della questione di Taiwan e a trattarla con prudenza per non distruggere o danneggiare il complesso delle nostre relazioni bilaterali”.

 

Xi Jinping(Il presidente cinese Xi Jinping)

 

Quasi a voler tranquillizzare Pechino sulla sua volontà di non mettere a rischio i rapporti USA-Cina, Donald Trump con un’altra mossa a sorpresa il 7 dicembre ha annunciato la nomina a prossimo ambasciatore a Pechino di Terry Branstad, attuale governatore dell’Ohio. Non si tratta di una nomina casuale: Branstad è noto negli Stati Uniti per essere uno dei massimi esponenti della lobby filo-cinese e l’annuncio del suo nuovo incarico ha sorpreso favorevolmente Pechino, che non ha esitato a definire il nuovo ambasciatore come un vecchio amico della Cina.

 

Anche alla luce della nomina di Branstad, quelle che potrebbero apparire in superficie come manovre maldestre di un neo presidente inesperto, vanno forse interpretate (e i cinesi sembrano averlo capito) più correttamente come le mosse di apertura di una complessa partita di scacchi tra giocatori esperti. Da una parte, il presidente Trump che – non lo dimentichiamo – ha scritto un best seller intitolato L’Arte della mediazione ed è deciso ad affrontare tutti i dossier della sua presidenza con il pragmatismo e il cinismo dell’uomo d’affari. Dall’altra, la Cina Popolare che fin da subito dovrebbe aver compreso come Donald Trump sia sì un personaggio che si può odiare (come dimostrano ogni giorno gli editorialisti del New York Times), ma che sarebbe, e sarà, pericoloso sottovalutare.