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La presidenza repubblicana vista dagli occhi del celebre politologo, già consulente strategico del governo degli Stati Uniti. «Non c’è modo di fermare Trump. Ivanka il prossimo presidente»

Luttwak

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di Luciano Tirinnanzi

 

Il presidente è alle prese con il cosiddetto “Russiagate”, ma da dove originano le accuse contro Trump e il suo staff, che lo vorrebbero troppo vicino a Mosca?

Sa come si chiama questo? Post-traumatic election disorder. I democratici, e l’opposizione più in generale, sono ancora traumatizzati dalla vittoria di Donald Trump e dalla maniera con cui ha vinto le elezioni. Tutti i commentatori politici erano convinti che avrebbe perso amaramente e che, con lui alla testa dei repubblicani, il partito ne sarebbe uscito distrutto. Invece, Trump non solo ha trionfato, ma ha fatto guadagnare al partito repubblicano sia il Senato che la Camera, e gli ha dato persino due nuovi governatori, cosa che ha permesso al Grand Old Party di raggiungere un numero record di governatori nella storia repubblicana. Solo a quel punto, i democratici hanno compreso quanto i loro calcoli fossero stati sbagliati. La vittoria di Trump, perciò, non è stata ancora digerita dall’élite di Washington, che resta in stato di choc e tenta disperatamente di usare i peggiori metodi del maccartismo (il clima esasperato di sospetto per attività anti-americane e comuniste generatosi nel secondo dopoguerra, ndr).

 

È questo ad aver generato il caos politico di cui siamo spettatori?

Intorno alla figura di Trump è stata messa in piedi una congiura ed è stata costruita una teoria che lo vorrebbe un agente di Vladimir Putin, secondo una sceneggiatura degna di Hollywood. Ragion per cui ogni contatto di qualsiasi persona vicina al presidente con qualsivoglia russo e in qualsiasi tempo, costituirebbe un comportamento sospetto, se non addirittura delittuoso. In breve, vogliono criminalizzarlo. Ma per simili accuse servono prove solide, mentre qui di prove non ce ne sono. Quindi, dopo tanti discorsi, alla fine tutti gli accusatori di Trump saranno obbligati ad ammettere che non hanno niente di concreto contro di lui. Il cosiddetto “Russiagate”, in definitiva, è una manifestazione isterica che si risolverà tra poco tempo e non avrà alcuna conseguenza o impatto sull’Amministrazione. Donald Trump semplicemente non può essere rimosso.

 

TRUMP LAVROV(L’incontro alla Casa Bianca tra Trump, Lavrov e l’ambasciatore russo Kislyak)

 

Non è un comportamento grave da parte delle opposizioni?

Tutto sommato, questa è una reazione naturale. Si pensi al discorso d’inaugurazione di Trump, quando il neo-presidente ha affermato che non scherzava affatto durante la campagna elettorale, dichiarando di voler fare fuori tutta la casta dei ricchi che si disinteressano dell’America. “Io non sono qui per voi, ma per quelli che mi hanno eletto” è stato il suo primo commento. In questa elezione, in effetti, solo due candidati potevano vincere: Bernie Sanders e Donald Trump, perché erano gli unici candidati focalizzati sulla questione cruciale, ossia la perdita di reddito degli americani ordinari, che rappresentano almeno metà della popolazione. Sanders era allineato al sentimento popolare in quanto d’estrazione socialista, mentre Trump lo era perché lui è proprio come loro. Quando è andato da KFC, McDonald e Domino’s Pizza per sottoporsi ai classici rituali di ogni campagna elettorale, non lo ha fatto per mero calcolo politico, ma perché ha veramente gusti e preferenze da classe operaia. Del resto, ha passato una vita intera tra gli operai che costruivano il suo impero, e in quel periodo ha maturato un’autentica solidarietà nei loro confronti. È così che Trump ha vinto le elezioni. Ma la cosa più scioccante resta il fatto che lui sta risolutamente cercando di fare quanto promesso in campagna elettorale. Pensavano scherzasse, invece Trump ha lanciato un attacco strategico e l’élite ha reagito.

 

Anche dall’Europa ha ricevuto critiche severe. Penso ad Angela Merkel e Theresa May…

Gli stati europei erano abituati agli atteggiamenti troppo morbidi e indulgenti di Barack Obama, che chiedeva loro di fare di più per l’Alleanza Atlantica ma in maniera assai blanda. Abituati a venire a Washington strillando di temere Putin e la Russia, stavolta sono stati messi di fronte alla realtà. La Merkel, ad esempio, vorrebbe un maggiore impegno americano per difendere l’Europa, ma non è intenzionata a investire nella difesa. Eppure, gli europei si sono impegnati per iscritto a devolvere il 2% delle spese militari NATO. Ma non l’hanno ancora fatto. E quando Trump glielo ha ricordato, sono entrati in conflitto. “Perché devono pagare gli americani per voi?” è il ragionamento di Trump. Nulla di nuovo, anche in questo caso il presidente lo aveva anticipato durante la campagna elettorale. E ora l’élite europea non si può meravigliare.

 

G7 TAORMINA(I leader del G7 al summit di Taormina. Trump è il quarto da sinistra)

 

Restando sulla politica estera, quale risultato ha còlto Trump dal viaggio in Medio Oriente?

Ha rispolverato la vecchia alleanza che il suo predecessore aveva incrinato, disprezzando gli alleati e avvicinandosi all’Iran. Trump, invece, ha fatto ritorno a una politica estera furbissima, che si sostanzia nell’appoggio agli alleati storici e nello schierarsi contro i loro nemici. Dopo otto anni di Barack Obama, questa politica appare addirittura come qualcosa di originale e di raffinatissmo. Così, ad esempio, i sauditi, che hanno sempre comprato armi dall’America, oggi ne comprano ancora di più, perché questo è il loro modo di assicurarsi la solidarietà degli Stati Uniti. Mentre per quanto riguarda Israele, dopo la promessa elettorale di muovere l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, nessuno ha rinfacciato a Trump quell’impegno mancato, perché sono già appagati del fatto che il presidente americano sia tornato alla politica di sostegno a quell’alleanza anti-iraniana che invece Barack Obama considerava antiquata. Con Donald Trump, gli iraniani adesso sanno che qualsiasi provocazione, anche militare, non sarà più tollerata come ai tempi di Obama. È un ritorno alla normalità, diciamo.

 

TRUMP SAUDI ARABIA(Riad, 21 maggio 2017: da sinistra Al Sisi, il Re saudita Salman, Melania e Donald Trump)

 

Dunque, qual è l’obiettivo ultimo della sua presidenza?

Donald Trump è concentrato quasi esclusivamente sulla politica interna. Il comitato di rielezione, peraltro, è già stato formato ed è basato interamente sul suo programma da 1.300 miliardi di dollari di spese infrastrutturali: strade, ponti, tunnel, aeroporti. E la chiusura della frontiera messicana, ovviamente. Quando anche quest’ultimo risultato sarà stato raggiunto, il giorno seguente il governo legalizzerà tutti quelli che sono già dentro i confini americani, che pagano le tasse e che non sono dei criminali. Parliamo di almeno undici milioni di persone. Con questa mossa, il presidente si assicurerà ad esempio il voto della comunità ispanica. Mentre con il programma infrastrutturale, prenderà il voto di tutti quelli che lavorano nei circa novecento cantieri messi in piedi nel paese. Con tali consensi, potrà essere rieletto per un secondo mandato. E concentrarsi così sulle elezioni di midterm (il rinnovo di parte del Congresso, ndr) del 2022, che Trump considera la parte più importante del suo progetto politico. Vincendo le elezioni di midterm dopo la rielezione, potrà preparare il terreno per la figlia Ivanka, che diventerà così la prima donna presidente d’America e che è già in apprendistato alla Casa Bianca, dove non a caso ha un proprio ufficio. Questa è anche la ragione per cui l’élite americana tenta di buttarlo giù con ostinazione.

(Intervista pubblicata il 31 maggio 2017)