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Le esplosioni a New York e in New Jersey stanno favorendo la corsa di Trump, complicando invece ulteriormente i piani della Clinton. Decisivo il primo confronto in tv del 26 settembre

Hillary Clinton

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di Alfredo Mantici

 

L’attentato dinamitardo compiuto il 17 settembre nel sobborgo newyorkese di Chelsea da Ahmad Khan Rahami, un cittadino naturalizzato americano di origini afghane, ha fatto irruzione in modo prepotente nella corsa alla Casa Bianca. Le esplosioni a Manhattahn e in New Jersey sono infatti avvenute pochi giorni prima del dibattito televisivo nel quale, il prossimo 26 settembre, i due candidati, la democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump, si affronteranno senza esclusioni di colpi davanti a milioni di telespettatori-elettori americani.

 

Il tema dei pericoli per la sicurezza nazionale, fin dai primi giorni della campagna elettorale, è uno dei punti fondamentali della strategia elettorale di Donald Trump, il quale ha proposto misure draconiane per fermare l’ingresso di immigranti di religione islamica negli Stati Uniti legando il problema migratorio alla minaccia terroristica interna. Sull’argomento il suo slogan preferito è: L’immigrazione è un problema di sicurezza nazionale. Un tema declinato forse rozzamente, ma che fa presa sugli elettori meno sofisticati – che sono la maggioranza – e che non può che essere stato reso ancora più stringente dalla biografia di Khan che, come cittadino americano, ha compiuto diversi soggiorni nel suo Paese di origine, l’Afghanistan, e in Pakistan, soggiorni durante i quali si è progressivamente radicalizzato fino a prendere la decisione di organizzare una serie di attentati dinamitardi nel suo Paese d’adozione, senza che le autorità di sicurezza americane facessero alcunché per prevenirne le azioni criminali.

 

Dai passi dell’inchiesta sull’attentato di Chelsea, sta emergendo infatti che il padre di Khan, dopo un furioso litigio col figlio, aveva addirittura chiesto, senza esito, l’intervento della polizia perché vigilasse sul suo comportamento. Se queste circostanze verranno confermate, Donald Trump avrà buon gioco nel sostenere che la politica di sicurezza di Barack Obama, della quale la Clinton vuole essere l’erede, ha reso l’America meno sicura. “Gli attacchi di Hillary contro di me – ha dichiarato il candidato repubblicano durante un comizio in Florida il 19 settembre – sono solo un mezzuccio per distrarvi dal suo fallimento nel combattere questo mostro (il terrorismo, ndr)”.

 

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La strategia elettorale di Trump 

Trump già in passato si era espresso a favore della reintroduzione di tecniche di interrogatorio brutali nei confronti dei sospettati di terrorismo e invece oggi, ha dichiarato dopo l’arresto di Rahami, “noi gli forniremo una comoda assistenza ospedaliera (Rahami è stato ferito al momento del suo arresto, ndr) , sarà curato da alcuni dei migliori dottori del mondo e come se non bastasse sarà assistito da un avvocato di grido”.

 

Trump ha trovato anche il modo di cavalcare in chiave elettorale l’ultimo dato molto preoccupante e molto negativo circa l’efficacia della prevenzione in America: il 19 settembre tutti i media del Paese hanno diffuso la notizia secondo la quale le autorità hanno concesso la cittadinanza a 859 immigrati che, sotto altro nome, erano stati oggetto di un decreto di espulsione. L’errore, grazie al quale estremisti e sospetti terroristi immigrati negli USA sono oggi cittadini americani, è stato dovuto alla confusione esistente nel registro generale delle impronte digitali.

 

 

 

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La timida reazione della Clinton

Alle dichiarazioni del miliardario newyorkese, tutt’altro che sobrie e misurate, la candidata democratica ha risposto tentando di sfoggiare un aplomb presidenziale e istituzionale. “La situazione attuale è in rapido movimento – ha dichiarato il 19 settembre – e rappresenta un sobrio promemoria (sic!) affinché manteniamo una leadership salda in un mondo pericoloso”. La Clinton ha anche tentato di replicare duramente alle affermazioni del suo avversario sul nesso immigrazione-terrorismo domestico, sostenendo che queste posizioni portano, sul piano della propaganda, acqua al mulino dei jihadisti e che quindi oggettivamente “aiutano l’ISIS”.

 

Si tratta di affermazioni indubbiamente calme e posate ma che, durante una campagna elettorale resa ancora più infuocata dall’attentato del 17 settembre – come anche il caso di un uomo di colore armato ucciso questa notte a Charlotte, in North Carolina, da un poliziotto – se potranno essere apprezzate dai circoli liberal di New York o di Washington, difficilmente raggiungeranno il cuore e le menti dell’americano medio da sempre attratto dalle proposte più semplici e forse brutali in tema di lotta al terrore.

 

Clinton

(Un discorso di Hillary Clinton all’aeroporto di White Plains, New York, il 19 settembre 2016)

 

Vedremo tra cinque giorni come questi problemi verranno affrontati nel primo scontro televisivo tra i due candidati. Un fatto, tuttavia è certo: se da qui al giorno delle elezioni in America dovesse verificarsi un nuovo attentato di matrice islamista, magari compiuto da un immigrato, le chance di Trump di conquistare la Casa Bianca si faranno decisamente più concrete.