Un vicentino e un bresciano alla conquista del Nepal… in bici (Parte 3)

Un vicentino e un bresciano alla conquista del Nepal… in bici (Parte 3)

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La nostra giornata di acclimatamento inizia con un giro del lago in mattinata. Facciamo qualche foto e facciamo dei filmati. Pazzesco questo posto, e il sentiero vertiginoso a picco sul lago ci lascia senza fiato. Che spettacolo! Rientriamo a Ringmo per pranzo, e poco dopo prepariamo le nostre cose per una breve tappa di trasferimento al campo base del Baga La, il nostro primo passo: una casetta in un fondovalle immenso. Soltanto 3 ore e poco dislivello lungo sentieri bellissimi. Sfioriamo i 4000 metri e siamo circondati da montagne enormi, sicuramente sopra i 6000. Spettacolo puro.

In questa giornata siamo riusciti a rilassarci e le notti trascorse vicini ai 4000 metri non ci hanno dato alcun tipo di problema. Siamo fiduciosi e decidiamo che l’indomani proveremo il nostro primo 5000, che sappiamo sarà parecchio duro. Sandro ci raggiunge dopo un’oretta, iniziamo a prendere confidenza con lui: sono molto schivi e diffidenti gli abitanti del Dolpo, e non capiamo se è estremo rispetto, o appunto diffidenza verso di noi. Sandro ci chiede di provare la bici. È molto piccolo e le nostre Transition sono grandi anche con la sella bassa. Dopo 10 minuti di adattamento non la molla più, e pedala nei prati per ore. E’ veramente bellissimo vederlo e inizio a volergli bene.

Trascorriamo la serata in compagnia di alcuni ragazzi che guidano una carovana di yak. Si sono fermati qui con noi a mangiare Dhal bat: lo mangiano con le mani, e noi che usiamo il cucchiaio a mo’ di badile veniamo fissati con uno sguardo sospettoso e incuriosito. Il giorno seguente non avremo rifornimenti per tutta la tappa, quindi carichiamo gli zaini con uova e patate lesse per il pranzo. Siamo una decina di persone intorno alla stufa. Non ho ancora visto il volto dei due signori anziani seduti in fondo, che dal pomeriggio non si sono mai mossi, ma sento le voci e la tosse causata dal fumo perenne nella stanza.

5000 metri

La mattina seguente di buon’ora partiamo pedalando e superiamo i 4000 metri in un fondovalle magnifico e selvaggio, con un sentiero che sale dolcemente. Tutto intorno pareti di roccia severe e scure, cascate e assenza di vegetazione. Finito il pianoro, la traccia piega a sinistra, molto ripida. Da qui dobbiamo caricare le bici in spalla, per la prima vera fatica del viaggio, una spallata di 3 ore e 1000m di dislivello. Il passo si fa sempre più lento, appesantito dal fardello che ci portiamo sulla schiena e dal fiato che è sempre più corto. Parliamo poco io e Michele. Scrutiamo spesso l’orizzonte ma il passo è sempre lì. I nostri riferimenti tipicamente alpini su dislivello, sentieri, quota sono completamente stravolti e qui capisco veramente il significato di andare “a sensazione”. Un lento ma incessante procedere alimentato da tanta fatica, mentre gli occhi ammirano i paesaggi e sperano che le virghe nevose all’orizzonte non sopraggiungano. E’ stata dura arrivare allo scollinamento, ma siamo d’accordo sul fatto che tutto sommato è gestibile, oppure abbiamo un’ottima sopportazione.

Il tempo non è dei migliori, con nuvole minacciose e nevicate all’orizzonte, ma la discesa si presenta come una striscia veloce sul ghiaione, e ci buttiamo giù a capofitto. Arriviamo a Danigar, che è semplicemente una tenda quadrata disordinatissima con una stufa minuscola al centro. E’ ancora presto e stanotte dormiremo a 4500 metri. Inizia a piovere e montiamo la nostra tenda. Qui incontriamo i primi turisti occidentali, che stanno facendo il nostro percorso in senso contrario. Sono due francesi, con 5 nepalesi tra portatori e guide, e allestiscono un vero e proprio campo separato con tutto il necessario. Non ci piace questo approccio elitario dei turisti, serviti e riveriti con molti comfort e che non partecipano alla quotidianità dei locali.

“Tashi Delek!”. Poco prima dell’imbrunire arriva una comitiva di ragazzini, giovani e giovanissimi. Sono una ventina, bagnati e infreddoliti. La serata si anima e ci riuniamo tutti intorno alla stufa mentre fuori cala il freddo. Prima di cena ci viene servito del thé al Burro di Yak, emulsionato in uno stantuffo di legno. Pesante da mandare giù ma almeno è caldo. Mangiamo un po’ di riso tutti insieme e i bambini di Dho Tarap, che parlano un buon inglese, ci chiedono delle squadre di calcio europee, dell’Italia. Probabilmente di calcio ne sappiamo meno di loro, ma si percepisce come vedono l’occidente, il loro sogno proibito. Si percepisce anche un po’ di invidia nei nostri confronti, ma comunque ricordo i loro volti, sorridenti e felici.

È piacevole parlare con loro, e continuo a pensare che stanotte dormiranno sotto un telo impermeabile perché non hanno una tenda. Nel frattempo fuori il tempo è migliorato, c’è una stellata incredibile ma fa anche molto freddo. Non so che temperature avremo raggiunto ma è tutto già congelato. Inizia la nostra prima vera notte in alta quota. Mi sembra di percepire un leggero mal di testa, o forse mi sto ascoltando troppo. Il sonno in realtà sarà abbastanza tranquillo e riposante, con i soliti sogni pazzeschi che mi prendono quando dormo profondamente.

TO BE CONTINUED…

Fonte: Un vicentino e un bresciano alla conquista del Nepal… in bici (Parte 3)

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