VENEZUELA -

Il presidente prova a ostacolare la consultazione attraverso cui il popolo potrebbe decidere di sfiduciarlo. Da dietro le quinte Washington preme per sbarazzarsi di un personaggio scomodo

Venezuela's President Maduro, holds a replica of Venezuela's national hero Simon Bolivar's sword as Head of Russian state oil firm Rosneft Igor Sechin and Venezuela's Oil Minister and President of PDVSA Eulogio del Pino look on in Caracas

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

 

In Venezuela da mesi le decisioni di Tibisay Lucena, presidente del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), sono al centro dello scontro politico tra il governo guidato dal Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV) e le opposizioni. Dopo una lunga attesa, animata da scambi di accuse, mobilitazioni popolari e azioni d’imperio dell’esecutivo in parlamento, nella notte di lunedì 1 agosto Lucena ha dichiarato terminata la prima fase dell’iter avviato per la convocazione di un referendum per revocare il mandato del presidente Nicolas Maduro.

 

L’esito della prima verifica del CNE premia per il momento Mesa de Unidad Democratica (MUD), la coalizione che riunisce le principali forze d’opposizione del Paese. MUD è riuscita a superare il primo ostacolo che la separa dal referendum, ottenendo in ognuno dei 24 stati del Paese l’1% dei consensi, pari alla soglia minima di 200.000 firme richieste. Le firme raccolte in totale sono state circa 408.000 e di queste, ha precisato il CNE, solo 1.300 sarebbero state falsificate, motivo per cui non sono state convalidate.

 

Il CNE non ha fissato una data in cui dovrà tenersi la prossima fase delle consultazioni, quando le opposizioni dovranno raccogliere il 20% delle firme del corpo elettorale nazionale, vale a dire quattro milioni di persone. Se anche questa seconda fase verrà superata, si potrà tenere il referendum. Per vincerlo, e costringere così Maduro a dimettersi, le opposizioni avranno bisogno di 7.587.579 voti, gli stessi che il presidente aveva ottenuto per vincere le elezioni del 2013.

 

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Perché il tempo gioca a sfavore delle opposizioni

Nell’elaborato processo di verifica e validazione di questa richiesta di referendum, quello della tempistica è un aspetto di fondamentale importanza. Infatti, se il referendum dovesse tenersi entro la fine del 2016 e Maduro dovesse perderlo (esito dato per scontato dagli ultimi sondaggi) lui e il suo partito sarebbero costretti a lasciare il governo e si andrebbe a nuove elezioni. Nel caso in cui invece il referendum si dovesse tenere nel 2017, in caso di sfiducia Maduro potrebbe lasciare il posto di presidente al suo vice che rimarrebbe in carica fino a nuove elezioni nel 2018.

 

È per questo motivo che le opposizioni, guidate dal governatore dello stato di Miranda e candidato per due volte alla presidenza, Henrique Capriles, e dal coordinatore della MUD, Jesus Torrealba, continuano a fare pressione sul CNE affinché acceleri i tempi per fissare la data della seconda consultazione. Da tempo le opposizioni denunciano il sistematico boicottaggio del referendum da parte delle istituzioni di governo venezuelane, come dimostrerebbe il ritardo accumulato dal CNE per comunicare il risultato della prima consultazione, con le firme consegnate il 2 maggio ma convalidate solo il primo agosto.

 

Venezuelan opposition leader and Governor of Miranda state Henrique Capriles speaks to supporters during a rally to demand a referendum to remove President Nicolas Maduro in Caracas

(Il leader dell’opposizione venezuelana Henrique Capriles) 

 

La reazione del governo

Negli ultimi giorni il governo venezuelano ha affidato la sua reazione aJorge Rodriguez, sindaco di Caracas, uomo di punta del PSUV e membro della Commissione di verifica delle firme, il quale ha denunciato brogli nella raccolta delle firme da parte delle opposizioni e presentato la richiesta di sospensione del referendum al Tribunale Supremo di Giustizia.

 

Per frenare la spinta popolare che sostiene il referendum nelle ultime settimane il governo ha licenziato migliaia di funzionari dello Stato ed effettuato diversi arresti. Mentre la Corte Suprema ha bloccato i lavori dell’Assemblea Nazionale, giustificando la decisione per via della sospensione di tre deputati dell’opposizione, coinvolti in un caso di compravendita di voti. Oltre al fattore tempo, in questo delicato momento politico del Venezuela anche la Corte Suprema sta avendo un ruolo rilevante. Al suo interno Maduro è infatti riuscito a piazzare dei magistrati vicini al suo partito prima di perdere la maggioranza nell’Assemblea Nazionale. In questo modo il presidente sta tenendo sotto scacco il parlamento, puntando a intralciare il più possibile l’iter di approvazione del referendum.

 

L’influenza degli Stati Uniti

Il clima di tensione creatosi attorno al presidente Maduro è anche opera degli Stati Uniti. Di fronte ai ritardi sul referendum, dall’estero il primo a intervenire è stato il segretario di Stato americano John Kerry, il quale ha chiesto al governo di Caracas di rispettare il volere della popolazione. Ma quella di Washington non è semplicemente una presa di posizione a difesa della democrazia venezuelana. In gioco ci sono gli interessi delle compagnie americane sul petrolio venezuelano e le forti pressioni che da anni gli USA esercitano – anche attraverso la strumentalizzazione delle opposizioni – su Maduro, un personaggio scomodo di cui ora potrebbero sbarazzarsi attraverso questo referendum.

 

Molti uomini dell’entourage del presidente venezuelano sono finiti nel mirino della DEA, l’agenzia federale antidroga statunitense. Gli ultimi in ordine di tempo sono stati Nestor Reverol ed Edylberto Molina, rispettivamente ex direttore ed ex vicedirettore dell’Agenzia nazionale antidroga del Venezuela. Secondo il tribunale federale di Brooklyn che li ha incriminati, tra il gennaio del 2008 e il dicembre del 2010 i due avrebbero ricevuto tangenti da diversi cartelli del narcotraffico sudamericani in cambio di informazioni sui blitz e sulle operazioni della DEA.

 

A U.S. coast guard officer stands next to seized cocaine packages, on the deck of the U.S. Coast Guard Cutter Boutwell at Naval Base San Diego

(Carichi di cocaina provenienti dal Sud America sequestrati dalla DEA a San Diego)

 

Prima di loro, nel novembre del 2015 due nipoti della moglie di Maduro erano stati arrestati ad Haiti prima di imbarcarsi su un aereo per New York con l’accusa di aver fatto arrivare negli Stati Uniti 800 chilogrammi di cocaina. Secondo gli Stati Uniti i due sarebbero stati in affari con emissari delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e, stando a una notizia pubblicata dal Miami Herald e ripresa dal Guardian, dopo il loro arresto due informatori della DEA legati al caso sono stati uccisi. Negli ultimi mesi almeno altri cinque ex funzionari del governo venezuelano sono stati accusati da tribunali federali americani di aver commesso crimini legati al traffico di droga. Tra questi c’è l’ex capo del Cuerpo de Investigaciones Científicas Penales y Criminalísticas (CICPC).

 

Nella sua relazione annuale sulle rotte internazionali del narcotraffico il Dipartimento di Stato americano ha descritto il Venezuela come uno dei principali Paesi di transito per il passaggio dei traffici illegali di droga in tutto il Sud America, a causa degli scarsi controlli lungo i confini con la Colombia (primo produttore al mondo di cocaina) e, soprattutto, per le falle nel suo sistema giudiziario e per la corruzione dilagante ai vertici dello Stato e delle sue forze di sicurezza. Facendo leva su queste accuse, e sulle tensioni innescate dal referendum, nei prossimi mesi gli USA faranno di tutto per dare la spallata definitiva a Maduro.